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Ringu

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Ringu 3.00 of 5 1 Vote.
La versione originale di Nakata mostra subito quanto di buono ci sia nella seppur semplice idea che muove il plot narrativo: una vera e propria leggenda metropolitana, incentrata su un video che ha davvero dell'inquietante tanto è enigmatico e angoscioso.
La concezione dell'orrore del regista giapponese è sicuramente pregevole e suggestiva: la scena iniziale, che vede le due adolescenti discutere cautamente sulla leggenda per poi soccomberne è indiscutibilmente ottima, con un buon ritmo ed un continuo crescendo tensionale. Interessante come Nakata giochi sottilmente con l'atto di tramandare oralmente una storia paurosa, rendendo una sorta di tributo alla tradizione del fantastico, aggiornato al 2000'. La sua visione in Ringu è, infatti, strettamente legata al supporto tecnologico (la VHS, la televisione, il telefono) che funge da inquietante tramite della spettrale condanna che perseguita i malcapitati spettatori del video. La fotografia mostra un gusto piuttosto cupo per le luci, una certa predilezione per le zone d'ombra, il buio fugace, la sfuggevolezza dei primi piani. Il tutto mantenendo sempre molto netta e pulita l'inquadratura e molto delineati i personaggi. Alcuni punti di forza del racconto sono magistralmente riprodotti, a tratti anche migliorati grazie alla sceneggiatura di Hiroshi Takahashi: la visione del video è davvero spaventosa, nella sua totale indecifrabilità iniziale che va man mano dissolvendosi con l'evoluzione della storia.


La caratterizzazione della ragazzina del filmato (Sadako), con i lunghi capelli perennemente calati sul volto e la lunga veste bianca, rimarrà sicuramente sinonimo di terrore sottile, sinistro ed ineluttabile. La sua minacciosa andatura è stata ottenuta facendo camminare la ragazza all'indietro, per poi mandare la sequenza alla rovescia in fase di montaggio: ne è scaturito così un passo così innaturale da rafforzare ancor di più l'aurea di spavento attorno al personaggio. Notevolissimo il finale, con vette di grande cinema del terrore nella sequenza di Sadako: una perfetta cadenza nel montaggio ne fanno una perla da antologia, dove lo spettatore viene completamente catturato ed inchiodato alla sedia nell'osservarne i terrorizzanti particolari. Il tutto senza usare nemmeno una goccia di sangue o di make-up, con un uso molto parsimonioso degli effetti speciali ed un minimalismo tipicamente orientale. Tutta la parte centrale della vicenda risulta invece essere troppo lenta a tratti, con alcuni cali di ritmo nell'estenuante ricerca effettuata dalla giornalista e del suo ex marito. I passaggi descrittivi tendono ad affossare leggermente il climax costruito dalle sezioni emotivamente più coinvolgenti. Per quanto riguarda le musiche, interamente curate da Kenji Kawai, si possono segnalare inserti suggestivi anche se piuttosto centellinati; la sensazione è che il regista nipponico abbia volutamente cercato il suono del silenzio e dei rumori di fondo per quest'opera che mostra il suo punto di forza soprattutto nell'atmosfera irreale, creata anche dalla rarefatta colonna sonora.


Ringu vanta una serie di ottime intuizioni registiche, mixate ad una serie di vere credenze folkloristiche in cui molti giapponesi effettivamente credono: un esempio può essere lo sconvolgente presagio di morte che si vede nelle foto delle vittime, con il volto deforme e sfocato. Memorabile anche il concetto di morte per spavento che accompagna il racconto, in una sorta di essenza suprema del terrore che ha origini soprannaturali tanto orribili da non poterne sopportare la vista neanche per un attimo.
Il film ha generato un sequel (Ringu 2) e un prequel (Ringu 0), entrambi al di sotto sia del primo film che del suo epigono statunitense. Nakata rimane un regista dotato, con un ottima cultura horror (si dice che guardi oltre 300 film dell'orrore all'anno); questa pellicola, pur non essendo esente da alcuni difetti, lo colloca senza indugi tra i registi più interessanti del panorama horror degli ultimi anni.

 

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