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Non aprite quella Porta: L'Inizio

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Non aprite quella Porta: L'Inizio 2.00 of 5 1 Vote.
Thomas è un bambino sfortunato: venuto al mondo direttamente sul lurido selciato del mattatoio comunale, da mamma macellaia con evidenti problemi bulimici e padre ignoto, non sembra certo essere ben voluto dalla comunità locale. I bifolchi lo gettano nell'immondizia, ma una persona di buon cuore decide di salvarlo da morte certa e di allevarlo. Peccato che questa gentile signora faccia di cognome Hewitt. Ma i problemi del piccolo Thomas non finiscono certo qui. In primis è deforme in viso; poi, come se non bastasse, sembra morbosamente attratto dalla macellazione di ogni creatura vivente nel raggio di due chilometri da casa sua. Ma intanto gli anni passanou2026fino a quando due fratelli, Dean ed Eric, prossimi alla partenza per il Vietnam, si accompagnano con le rispettive fidanzate in giro per il Texas per un'ultima spensierata vacanza. Non è inutile aggiungere che il vero scopo di Dean, il più pacifista dei due, è quello di disertare con il fratello per sfuggire alla guerra.

Sfortunatamente, una coppia di motociclisti balordi decide di rapinarli; per sfuggirgli, l'auto dei quattro giovani subisce un pauroso incidente. Ancor più sfortunatamente verrà a soccorrerli proprio il malvagio sceriffo Hoyt, che altro non è che un membro della nefanda famiglia Hewitt. Poco prima, infatti, avevamo scoperto come l'empio personaggio, interpretato ancora dal bravissimo R. Lee Ermey, si fosse arrogato il diritto di proteggere e servire i cittadini della comunità locale.
Una delle ragazze, catapultata fuori dall'abitacolo durante l'incidente, sarà così costretta ad assistere ad un vero e proprio incubo ad occhi aperti per le raccapriccianti sevizie alle quali saranno sottoposti i suoi amici, nella oramai celebre fattoria Hewitt.



Dopo il deludente remake del 2003 firmato da Marcus Nispel, ecco arrivare questo ghiotto prequel di uno dei soggetti più raccapriccianti (e fruttiferi) della storia del cinema horror. La curiosità che spinge fan ed aficionados della serie a visionare questo genere di prodotti è sicuramente elevata, per quanto la triade remake/prequel/sequel stia acquistando sempre più, in questi anni, una sorta di irritante ruolo da tappabuchi della creatività. Ma è meglio rimanere obiettivi.
Iniziamo subito col dire che questa nuova (vecchia) puntata della serie si riferisce alla struttura narrativa ed ai personaggi introdotti da Nispel nel remake e non agli originali del soggetto di Hooper ed Henkel. Superata questa prima (relativa) delusione, ci inoltriamo in questo sanguinolento e splatteroso festival degli efferati omicidi di un giovane Faccia di Cuoio e famiglia, andando a scandagliare efficacemente alcuni risvolti esplicativi della vicenda.
Liebesman, giovanissimo sudafricano con all'attivo un paio di shorts ed il deludente Darkness Falls (2003), ha sicuramente una mano tecnicamente più ispirata in questo raccapricciante prologo del capolavoro di Hooper. La violenza, anche verbale, non manca: dialoghi secchi e crudi sbattono contro lo schermo come pugni nello stomaco (la lezione di Rob Zombie sembra aver funzionato bene ultimamente). Intanto il cattivissimo Ermey ci regala una performance forse ancor più malvagia che del remake, diventando non più la sola mente ma anche il braccio delle nefandezze della famigliola.



Decisamente buona anche la fotografia, questa volta molto più tributaria all'originale hooperiano, senza però mai esserne una sterile copia. Anzi, il giovanotto di Johannesburg dimostra un interessantissimo gusto visivo, esaltando toni purpurei, quasi rembrandtiani, tramite un'immagine opaca e soffocante. Certo, la desaturazione del colore non è certo una novità (né tanto meno una sua invenzione), ma gli si deve almeno dar atto di usarla con gusto e creatività. Il cielo, spesso plumbeo o filtrante luce malata, fa quasi da ghignante co-protagonista delle orrende perversioni omicide degli Hewitt. Altrettanto valido risulta essere il controllo delle dinamiche tensionali, qui tese quasi al parossismo, con un forte che tende ad uno sforzato perenne, lasciando lo spettatore con un costante senso di disagio da metà pellicola in poi. Di buona fattura anche la colonna sonora, sinistra ed angosciosa da un lato, rockettara dall'altra, a sostenere le sorti dei (soliti) poveri malcapitati. Da questo punto di vista, un horror godibile che avrebbe tutte le carte in regola per lasciare il segno.
E invece no. Cos'è che non va in questo Non aprite quella Porta: L'Inizio? Molto semplicemente, la sua esistenza. I dilemmi, appunto, esistenziali che ci eravamo portati dietro dal remake, qui non sembrano di certo essere risolti, anzi forse sono addirittura aumentati. Preso a sè stante, il lavoro di Liebesman è sicuramente discreto, per quanto non dica nulla (ma proprio nulla) di nuovo nel genere. Avevamo già visto questa morbosa attenzione al dettaglio in splatter-horror moderni più originali dal punto di vista concettuale (Hostel e The Devil's Reject su tutti), senza alcun bisogno di andare a scomodare capisaldi del genere.



Conosciamo bene cosa vuol dire essere inchiodati alla sedia dall'inizio alla fine da soggetti originali, realizzati con minore spreco di risorse (e di sangue) e maggiori spunti riflessivi. Ma il grave vizio di fondo del secondo lungometraggio del regista sudafricano sta nel voler a tutti i costi spiegare tutto, giustificare ogni dettaglio, motivare ogni azione, con il mesto risultato di sgretolare tutto il potente fascino che la storia possiede in sé, senza alcun bisogno di ulteriori, pedisseque, esplicazioni. La colpa non è certo solo del povero Liebesman, quanto di una Hollywood oramai ingabbiata in un loop di produzioni fatte quasi in serie, sempre uguali a sè stesse, ripetendo all'infinito formule che sembrano (purtroppo) ancora funzionare su di un pubblico medio e distratto. Ed ecco che queste produzioni stile minestra riscaldata vengono messe nelle mani di buoni esecutori, dotati di alcune (a volte molte) buone idee, che però continuano pur sempre a sguazzare nella suddetta minestra.
La sgradevole sensazione che ci lascia il nichilista finale è di un prequel che non mette e non toglie proprio nulla al fascino del soggetto originaleu2026anzi, diciamo che non gli rende un servizio brillantissimo. Nonostante il turbinio di splatter e gore combinato, non ci sono mai momenti di memorabile terrore/orrore, ma solo parecchi di disgusto ed alcuni di deciso dèjà-vu. Il giovane regista si cimenta arditamente anche in un paio di fondamentali sequenze tributo. La prima ripropone, a distanza di circa trent'anni, l'orrenda cena della famigliola con ospiti le vittime di turno. Non è difficile intuire quanto inarrivabile fosse l'originale, in termini di shock ed efficacia traumatizzante, e quanto questo confronto sia alquanto fallimentare.



La seconda risulta invece essere una citazione colta, dettata sicuramente dalla presenza di Ermey, un vero specialista nei ruoli a carattere militare-urlatori. Si tratta di una scena presa in prestito direttamente da quel Full Metal Jacket di kubrickiana memoria, dove l'attore del Kansas interpretava il terribile sergente Hartman, del corpo dei Marines. Per quanto sicuramente riempia di gioia il fatto che il giovane sudafricano sia un cultore di Kubrick, non si vede una gran pertinenza in questa citazione. Il vago sentore antimilitarista che si respira all'inizio della pellicola, appena suggerito dai due fratelli in partenza per il Vietnam, non è mai sufficientemente approfondito, né efficacemente simbolizzato. Come del resto tutta la pellicola, al di là della facciata granguignolesca ed alle buone trovate tecnico-interpretative, non sembra offrire nessun ulteriore messaggio o livello di lettura, che dir si voglia.

La storia del cinema horror ha un disperato bisogno di nuova linfa vitale, e attualmente questa linfa non sembra provenire dall'oltre manica. Di sicuro, nonostante tutta la buona predisposizione d'animo, risulta molto difficile credere che un rinnovamento possa scaturire dall'infarcire le sale (e gli scaffali) di titoli che, furbamente, girano attorno a soggetti originali di successo, spostandosi semplicemente avanti o indietro nel tempo.
Per la categoria prequel, in fondo, gli esempi abbondano: le saghe di Nightmare, Halloween, Il Silenzio Degli Innocenti, ma si potrebbe andare ancora avantiu2026 Non ci sembra che il risultato di spiegare cosa era successo prima sia particolarmente valido sul piano artistico, nè particolarmente essenziale su quello della valorizzazione di un'idea (un messaggio diretto alle Major americane).
Forse in questa poltiglia purulenta di domande senza risposta, dubbi ed incertezze, possiamo trarre almeno una pragmatica (e amara) conclusione: il futuro del cinema horror non riparte quiu2026questo è certo.

 

 

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