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Non aprite quella Porta (Remake)

Rating: 3.00/5 (1 Vote)
Non aprite quella Porta (Remake) 3.00 of 5 1 Vote.
In un'era di cotanto caos intellettuale e profonda stasi creativa del genere horror, non poteva certo mancare il remake del celeberrimo capolavoro hooperiano Non Aprite Quella Porta (The Texas Chainsaw Massacre, 1974). Il tedesco Marcus Nispel, regista specializzato in videoclip di grido con artisti del calibro di Faith No More, Janet Jackson, Cher e George Michael, si cimenta in questo arduo compito per il quale pochi avrebbero avuto il coraggio di esporsi in prima persona. E non a casou2026in effetti, ancor prima di visionare la pellicola, la domanda iniziale che ogni spettatore intellettualmente onesto dovrebbe porsi di fronte all'operazione remake, tanto (troppo) in voga in questi anni, è:Qual'è lo scopo di questo rifacimento?.
La risposta, almeno per ciò che concerne il lavoro di Nispel, risulta sostanzialmente non pervenuta. Ed ecco che il vero fan dell'horror, non soddisfatto da questa voraginosa lacuna, comincia a farsene tante altre di domande, lungo tutta la durata della pellicolau2026



Sulla trama, vagamente ispirata ai crimini commessi da Ed Gein negli anni cinquanta e sulle straordinarie caratteristiche socio/culturali della versione originale, si sono oramai spesi fiumi d'inchiostro (e di byte). Basti ricordare in questa sede che quello del 1974 non era un semplice horror, quanto bensì una vera e propria porta aperta (inevitabile l'involontario bisticcio verbale con la versione italiana del titolo) su un universo orrorifico che vede Tobe Hooper come forse il vero grande iniziatore. Gli appassionati, in questo momento, faranno a gara ad alzare il dito per pronunziare la magica definizione intrinseca in tutto ciò: SLASHER MOVIE. Risposta esattau2026ma incompleta, dato che il film di Hooper era anche una profonda riflessione sul marciume e sulla perversione della società americana, afflitta da raccapriccianti tare ereditarie delle quali il mitico Leatherface e famiglia ne rappresentavano la grottesca e simbolica icona cinematografica. Un vero e proprio fenomeno di costume, il film di Hooper, simbolo di una generazione allo sbando, simbolo di un nuovo approccio all'horror già inaugurato dal Gran Maestro George A. Romero.

Tutta questa pesantissima eredità, incautamente messa nelle mani di un ottimo professionista quale Nispel sicuramente è, non riesce nemmeno per un attimo a riemergere nella rivalorizzazione (e soprattutto personalizzazione) di cui tutti speravamo. Uno script leggermente rielaborato rispetto all'originale dall'onesto Scott Kosar, vede i soliti (al giorno d'oggi ovviamente) cinque ragazzotti hippie in allegra gita con il pulmino, nelle desolate stradine campestri texane. Già dopo i primi minuti si sente una pesantissima aria di artificioso e posticcio: gli attori sembrano scelti più per mostrare prorompenti fisicità scultoree che per le loro doti artistiche. Ma questa incongruenza (di cui ovviamente l'originale non era afflitto) viene istintivamente superata, in attesa di una geniale idea che possa non far troppo rimpiangere la disturbante e malsana aria di follia che si respirava dall'inizio alla fine del capolavoro hooperiano. Tutto ciò purtroppo tarda ad arrivareu2026 La presenza dell'inquietante personaggio dell'autostoppista viene traumaticamente evirata dallo script, per motivi che, a rifletterci, non risultano difficili da comprendere. Quale incosciente attore avrebbe potuto rendere giustizia, o quantomeno tributo, all'inarrivabile interpretazione di pura schizofrenia demente messa in scena da quel Edwin Neal del quale tutti, più o meno, sentiamo un po' la mancanza? Beneu2026ecco che l'incauto spettatore medio (che ha già visto l'originale) dopo essersi dato da solo la risposta, cerca di consolarsi con una cospicua dose di scopofiliche visioni grazie al regista che, con incontestabile abilità, comincia ad infondere alla pellicola un aspetto via via più lercio e malato.



Abbondano così i dettagli disgustosi, gli stomachevoli primi piani su una scenografia porcile-mattatoio umano, che non può di certo passare inosservata. Sembra funzionare, almeno sul piano logico; ma non su quello emotivo. Infatti la mano da mestierante del buon Nispel non può far a meno di mostrarci quanto bene abbia imparato la lezione sull'estetica dell'immagine (e si badi, solo quella) di un grande maestro del cinema, guarda caso anche lui proveniente da pubblicità e videoclip: un certo Ridley Scott. Ed ecco che il regista tedesco sciorina tutta una serie di morbidi piani sequenza su una fotografia liquida, grigiastra e brillante al tempo stesso, ma con l'inevitabile difetto di risultare pesantemente irreale e ridondante. A tratti (soprattutto nelle scene campestri e negli interni) si ha la netta sensazione di trovarsi più sul set di Legend o di Blade Runner che su uno slasher horror degli anni 2000. Tutto il perverso fascino hooperiano di quella fotografia crudescente, bruciata, con toni rossastri atti ad evidenziare ancor di più la putrefazione insita nella storia (e nella società americana) sono persi in seducenti giochi di luce filtranti, molto più adatti a sontuosi e sofisticati videoclip che ad un contesto del genere. Un'altra scena catartica, che tanto ha suggestionato (almeno in maniera sublimale) ogni spettatore da trent'anni a questa parte, è sicuramente quella del celeberrimo banchetto cannibalistico della famiglia Sawyer (qui ribattezzata Hewitt). Ebbene, non solo lo script non la prevede, ma di tutto l'inquietante e simbolico aspetto del cannibalismo, vero leit-motiv del capolavoro originale, non vi è quasi traccia in tutto il film. Il nostro caro fan dell'horror, a questo punto, continua a porsi incessantemente quesiti irrisolti sul vero motivo di tutto ciòu2026



Il regista tedesco preferisce svuotare tutto quanto di buono (cioè moltissimo) c'era nella versione originale per far spazio a numerose scene d'inseguimento e di violenza, nelle quali dimostra comunque un ottimo controllo del ritmo nel montaggio ed una interessante visionarietà dell'inquadratura. Molto buone risultano essere, infatti, tutte le sequenze di azione che vedono protagonista la sventurata Erin (una discreta Jessica Biel) in fuga da Faccia di Cuoio (qui, al secolo, Thomas Hewitt) interpretato efficacemente da Andrew Bryniarski, in una versione orco malvagio sicuramente non disprezzabile. Ancora una volta, purtroppo, risultano inevitabili i confronti con la grandiosa Marylin Burns, vera reginetta delle produzioni horror a basso costo anni 70', inarrivabile nelle sue espressioni di agghiacciante terrore, grazie anche al magnetico sguardo magistralmente inquadrato da Hooper. Insolitamente, invece, non si sente troppo la mancanza del leggendario Gunnar Hansen-Leatherface, con il quale il regista sembra aver avuto maggiore cura nella rappresentazione figurativa e nella estetizzazione del dettaglio visivo.
Oltre alla suddetta assenza del personaggio dell'autostoppista, si sente anche la mancanza di quello del cuoco (l'ottimo Jim Siedow), rimpiazzati per esigenze di sceneggiatura da un grande caratterista, quel R. Lee Ermey celebre soprattutto per la sua inquietante performance in Full Metal Jacket di S. Kubrick. Qui l'attore americano veste i panni di un finto sceriffo (tale Hoyt), corrotto e perverso, degno membro dell'orrenda famiglia Hewitt. Come terzo fratello compare invece un inquietante vecchiardo mutilato (Terrence Evans), che però risulta essere ben lontano dal fascino perverso dei suoi predecessori.



Per quanto riguarda la musica, anch'essa risulta sostanzialmente non pervenuta, scorrendo abbastanza anonima negli sporadici interventi. Su quest'unico aspetto è forse possibile chiudere un occhio, anche se si sente la mancanza di una ricostruzione sonora più efficace del periodo storico.
Manca, in questo remake, anche tutta la graffiante e sottilissima ironia macabra che aveva contraddistinto l'originale, mestamente rimpiazzata da alcune battute abbastanza telefonate e da una scelta dei personaggi di contorno (oltre che dei cinque ragazzi) non sempre felicissima. Ma ancora di più sembra assolutamente rimossa quella grottesca aria di solidarietà familiare, tesa a simbolizzare la corruzione del perbenismo americano che eleggeva la famiglia a stereotipo sommo dell'american dream.

Sono purtroppo anche presenti incongruenze nella sceneggiatura che non possono non risaltare all'occhio più attento e che non fanno altro che appesantire ancor di più un compito già improbo in partenza. Ultima (purtroppo) nota positiva, consiste nell'inserto documentaristico come prologo ed epilogo della vicenda, con tanto di ricostruzione stile super-8 in bianco e nero del filmato di repertorio della polizia. Questa pseudo-citazione in stile Strega di Blair, avvalorata anche dall'insegna del mattatoio che compare per un attimo alla fine del film, dà forse l'unico vero tocco di creatività e personalizzazione al remake.
A questo punto, non rimane che arrivare ad una conclusione: l'intera produzione ha tutta l'aria di un'operazione tristemente commerciale, adatta più a passare un'ora e mezza di svago a buon mercato che a lasciare un vero segno nella filmografia del cinema dell'orrore. Un remake che si lascia guardare (e dimenticare) abbastanza in fretta e che, soprattutto, lascia tante domandeu2026e nessuna plausibile risposta.

 

 

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