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Murderock: Uccide a Passo di Danza

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Murderock: Uccide a Passo di Danza 1.00 of 5 1 Vote.
Nel 1984 il cinema di genere italiano è già entrato in una fase terminale irreversibile.
Ultimi bagliori di un crepuscolo, fuochi fatui, ombre e nebbie di una cinematografia sempre più schiacciata dai colossi hollywoodiani, affossata dalla chiusura delle sale di seconda e terza visione, incapace di reggere su un mercato in rapida evoluzione.
Il western all'italiana è scomparso da tempo, la commedia scollacciata lascia il posto all'estetica neocatodica dei Vanzina, l'horror e il thriller, inesorabilmente, perdono la loro dirompente carica eversiva. Se Tenebre (1982) è il canto del cigno di Argento, Demoni di Bava (1985) è l'ultimo colpo di coda dell'horror de' noantri. Poi, il vuoto.In questa drammatica situazione anche l'opera di Fulci si avvia verso un triste destino, verso lidi malinconici e artisticamente obitoriali. Il periodo aureo fulciano (quello che va da Zombi 2 fino a Lo squartatore di New York) diventa un triste ricordo. Basta dare un'occhiata alla filmografia del regista di Sette note in nero del periodo, per vedere l'estrema eterogeneità dei progetti, la mancanza di linee guida, l'assoluta inadeguatezza a confrontarsi con una macchina cinema sempre meno riconoscibile. Fulci nel giro di due anni le prova tutte: il post atomico (I Guerrieri dell'anno 2072), il sword and sorcery (Conquest), l'erotico d'autore (La gabbia - sceneggiatura per il film di Patroni Griffi - e Il miele del diavolo) fallendo su tutta la linea.Murderock - Uccide a passo di danza è ulteriore conferma di un cinema che non ha più spazio nel settore produttivo e commerciale, che prova a lottare per reinserirsi in esso, venendone sconfitto.Abbandonata la poetica della crudeltà, Fulci decide di optare per un thriller algido, ambientato in una prestigiosa scuola di ballo. Saranno famosi incontra Flashdance, strizzando l'occhio a Eyes of Laura Mars, senza dimenticare la lezione del giallo all'italiana. Il risultato è un mix mal riuscito di elementi disparati che non accontenta nessuno. La suspence è ridotta al minimo, gli omicidi (arma preferita: uno spillone conficcato nel cuore) da prime time, le componenti oniriche belluine, la recitazione da soap opera. Ma l'elemento dolente è la regia: sciatta, approssimativa, tirata via. Quasi una dichiarazione di resa, un deporre le armi, un alzare le mani contro un mondo e un modo di concepire il cinema in cui è diventato impossibile identificarsi e confrontarsi. Non è un caso che le ultime pellicole del regista (in primis Un gatto nel cervello) saranno all'impronta di un'autorialità selvaggia e senza freni, delirante e illogica: il grido di un uomo ridotto all'impotenza artistica.

 

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