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Mulberry Street

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Mulberry Street 3.00 of 5 1 Vote.
Nella New York dei giorni nostri, un'inarrestabile proliferazione di ratti, portatori di un misterioso virus, si diffonde tra le strade. Chiunque venga morso dai roditori assume sembianze raccapriccianti, con connotati simili al ratto ed un'orrenda fame di carne umana. Un gruppo di inquilini, domiciliati in un caseggiato di Mulberry Street, assiste al terribile flagello, lottando disperatamente per la sopravvivenza con ogni risorsa a disposizione...

Siamo nell'era dell'infezione dell'horror: infezione di soggetti, di sceneggiature, di idee. Una fusione, una contaminazione in oscillante moto perpetuo tra i baratri dèjà vu di scialbi sottoprodotti commerciali(zabili) e alcune brillanti rivisitazioni al tema.
Se la decade dei 50' aveva innescato un'importante implosione verso tematiche xenofobe e neogotiche del cinema fantastico, con lo spettro della radiazione atomica ancora fortemente radicato nel subconscio collettivo, il 1968 rischiarò l'orizzonte e sovvertì ogni regola: è l'anno dei morti viventi, che risultano tutt'ora, molto più vivi che morti. Il decennio dei 70'si concentrò in particolar modo su riflessioni sociali e disastri ambientali, sviluppando una persistente quanto accanita focalizzazione sul disfacimento corporeo, accentuando così un elemento fortemente antropomorfico nella concezione dell' orrore.

Un salto temporale ai giorni nostri ci riporta alla ribalta quanto di meglio (e di peggio) abbiamo visto nei sopracitati periodi: tutto rimescolato più o meno saggiamente, con la sgradevole sensazione di girare attorno a immagini e icone oramai eufemisticamente inflazionate.
Ma è facile realizzare che non siamo nell'era dell'infezione solo prettamente contestuale e stilistica, bensì anche in quello letterale del termine. Tra remake di zombesca memoria, scadenti trasposizioni da videogames di successo e adrenalinici condomini spagnoli (la lista potrebbe continuare ancora a lungo), c'è stato tutto un divenire di tematiche abbastanza monocordi: la società piagata, contagiata e metamorfizzata in orrendi esseri non propriamente amichevoli, la fuga disperata del manipolo di sopravvissuti, claustrofobia e splatter come se piovesse. Tutto fin troppo trasposto sul grande schermo degli ultimi otto, dieci anni, con successi altalenanti e pochi acuti. A buon intenditoru2026

Mulberry Street riesce a collocarsi in una rassicurante zona limbo, tra la ricerca di una voce nuova, ossequiosa del passato, e un semplice cavalcare l'onda modaiola e prevedibile. Impossibile, infatti, non percepire quanto questa New York, focolaio pullulante di orrendi uomini ratto bramosi di carne umana, non subisca la pressante e opprimente eredità lasciata da un certo George A. Romero. Senza quest'ultimo non ci sarebbe stato Mulberry Street, così come almeno il 60% delle nuove produzioni horror.
Ad ogni modo, i non pochi pregi riscontrabili nel titolo in esame si devono in gran parte all'ottima mano di Jim Mickle, al suo primo lungometraggio con alle spalle un poliedrico passato di cameraman, disegnatore di storyboard e effettista CGI. Il linguaggio del regista americano possiede note fortemente visionarie, grazie a un'accurata ricerca del taglio nell'inquadratura, un montaggio scattante e poca concessione a facili effettacci. Estremamente pregevole anche la fotografia di Ryan Samul, incentrata su un interessante dualismo tra cupi interni condominiali e un bipolarismo cromatico verde-nero nelle sequenze di costruzione della tensione (in particolar modo quelle con i ratti). Il tutto a conferire alla pellicola una cifra stilistica non indifferente, affatto originale e decisamente efficace.

A tutto ciò si aggiunge un cast di sicuro interesse nel panorama underground americano, con gli ottimi Nick Damici (qui anche co- sceneggiatore assieme allo stesso Mickle), una magnetica e talentuosa Kim Blair e un sottovalutato Antone Pagan. Tutti con alle spalle poche esperienze televisive (la serie Law & Order su tutte) o misconosciute comparsate in pellicole mai giunte nel vecchio continente, ma tutti ottimamente diretti con recitazioni efficaci, taglienti, mai sopra le righe. La seconda parte della pellicola, purtroppo, si impelaga in uno script un pò troppo simile ai vari successi di cui si alludeva sopra: l'azione è sempre di buon livello, ma alcune banalizzazioni di troppo non possono passare inosservate. Una su tutte, l'intuizione non propriamente innovativa per la quale l'uomo morso dal ratto rabbioso si trasforma nell'uomo ratto (stirpe luporum docet). A prescindere da una rappresentazione della metamorfosi abbozzata e stereotipata, in parte giustificabile dal budget irrisorio a disposizione, è impossibile non sorridere ad eventuali digressioni tra uomini cane, uomini gatto e uomini zanzara (pur sempre animali metropolitani).

Saltano subito all'occhio i tentativi di rappresentazione simbolica e allegorica delle angosce americane dell'ultimo decennio: una Grande Mela malata e corrotta, dove allo scoppiare dell'epidemico flagello (continuamente annunciato dai media televisivi) il cittadino si coalizza, cerca di lottare e di sopravvivere con i propri cari, ma al tempo stesso si rinchiude in un cieco egoismo cercando si salvare sempre e solo la propria vita a discapito degli altri. Il dualismo tra topi stanati da uomini, e uomini stanati da topi, seppur semplicistico, svolge egregiamente il suo compito, ma sono gli attacchi terroristici del 2001 l'angosciosa, triste realtà che si cela alle spalle di Mulberry Street.
Interessante il tratteggio dei personaggi, sempre costantemente alla larga dalla trappola dei clichè e del macchiettismo. Dinamiche relazionali complesse tra un padre ex pugile e la figlia appena tornata da un conflitto iracheno, tra una madre separata e suo figlio adolescente, tra un omosessuale di colore e il suo vicinatou2026un microcosmo umano sempre raffigurato con discrezione, dignità e sensibilità.
Pregevolissimo il finale, dove il regista riesce a tenersi lontano da scontate volgarizzazioni perbeniste, tipiche di un certo cinema americano medio: il tocco si fa a tratti lirico, il ralenti tinge l'immagine di poetica eleganza.
In tutte le sue imperfezioni, Mulberry Street merita di sicuro una visione; e non solo per le ottime doti registiche di Mickle (artista da tenere d'occhio), ma soprattutto per l'attualizzazione del suo contesto.

Terrorismo, malattie epidemiche, violenza ciecau2026è questo il solco che sta tracciando l'horror moderno.
E' questa la nostra era.

 

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