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Monster Dog

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La rockstar Vincent Raven, assieme alla propria compagna e ad un gruppo di ballerini, si reca nella fatiscente villa dei suoi defunti genitori per girare un videoclip. Una volto giunto a destinazione, dovrà fare i conti con alcune misteriose uccisioni ed un'antica maledizione di famiglia. A rendere più sgradevole il già movimentato soggiorno giungerà persino una banda di teppisti motorizzati, che costringerà Vincent ad improvvisarsi giustiziere per salvare la propria vita e quella dell'amata. Niente impedirà, però, di giungere ad un drammatico epilogo.

Triviale e rozzo fin dal titolo, con una trama che per coerenza va abbondantemente al di là dell'assurdo, a suo modo 'Monster Dog' è un capolavoro trash di difficile emulazione e, nel suo piccolo, resta un film colmo di interrogativi, capaci di convertirne la mediocrità in un avvincente 'gioco dei perché': il primo di essi riguarda la presenza all'interno del cast di Alice Cooper, una delle rockstar più importanti ed artisticamente influenti degli ultimi trent'anni. Avevamo già apprezzato il cantante di Detroit in altre pellicole, dal debutto nei primi anni '70 in 'Diario di una casalinga inquieta', passando per 'Roadie - La via del rock' (1980), per giungere all'ottimo 'Il Signore del male' di John Carpenter (in cui si era occupato anche della colonna sonora, componendo il brano 'Prince of darkness', rintracciabile nell'album 'Raise your fist and yell' del 1987) ed al mediocre 'Nightmare 6 - La fine' di Rachel Talalay, ma in questo trash-movie Cooper si ritaglia un ruolo da protagonista, fornendo persino una performance convincente nella caratterizzazione del suo personaggio dalle vaghe tinte autobiografiche. Una curiosità per gli (spero numerosi) aficionados del singer americano: i due brani eseguiti all'interno della pellicola, 'Identity crisis' e la ballata 'See me in the mirror' resteranno inediti per quasi vent'anni e dovranno attendere la pubblicazione del box 'The life and the crimes of Alice Cooper' (1999) per vedere nuovamente la luce. Dopo questa premessa, pare quasi superfluo sottolineare che la notorietà di quest'opera derivi essenzialmente dalla presenza del cantante americano, i cui video-clip, peraltro neppure troppo esaltanti se rapportati alla sua produzione artistica, restano l'elemento di maggiore interesse per tutta la durata del film.

'Monster Dog' è un insipido pasticcio sostanzialmente privo di reale tensione (sia scenica che narrativa) e totalmente orfano di momenti da ricordare: ciò che, letteralmente, può causare crisi di panico nello spettatore è la delirante sceneggiatura, coadiuvata generosamente da effetti speciali indegni persino dei peggiori luna-park e da dialoghi che rammentano le ultime deludenti produzioni di Dario Argento. Risulta, così, involontariamente comica, restando nell'ambito degli 'special effects', la morte di uno dei teppisti, colpito alla testa da una pallottola: in una scena che dovrebbe enfatizzare la componente 'gore' del film l'attore viene sostituito senza pudore alcuno con una ghignante e giallastra marionetta, dando luogo ad una situazione involontariamente ridicola. Le sorprese, però, non sono giunte al termine: il secondo ed ultimo interrogativo riguarda direttamente l'autore di questo inarrivabile (continuiamo a sperarlo) masterpiece, ovvero il regista che occulta la sua vera identità dietro lo pseudonimo di Clyde Anderson. Sotto queste mentite spoglie si celano, solitamente, due modesti artigiani: uno di loro è il misconosciuto Carlos Aured, l'altro, invece, è l'italiano Claudio Fragasso, ben noto in patria per la realizzazione di 'capolavori' come 'Non aprite quella porta 3' (vergognoso tentativo di sfruttamento della saga Hooperiana) e 'La Casa 5' (forse la peggiore delle 'houses made in Italy' assieme all'insostenibile terzo capitolo firmato Umberto Lenzi).

Lasciamo ai coraggiosi spettatori il privilegio di cogliere eventuali elementi della sopraffina arte di uno dei due cineasti in questione e di propendere per l'una o l'altra attribuzione: prendendo visione del film comprenderete perché, in certe occasioni, gli pseudonimi possono togliere notevoli imbarazzi a chi ne fa uso.

 

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