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Martyrs [2]

Rating: 4.00/5 (1 Vote)
Martyrs [2] 4.00 of 5 1 Vote.
Alla domanda come commenta il fatto che da qualche anno il cinema francese sta proponendo film sempre più convincenti nell'ambito horror europeo?, il regista Laugier ha semplicemente risposto che voi italiani purtroppo avete smesso di fare grandi film horror, allontanandovi da una eccellente tradizione, e ora sembra che abbiamo preso noi il testimone.... Come dargli torto, specialmente avendo ancora negli occhi le scene di questa sua opera seconda (dopo Saint Ainge)?

L'incipit di questo affresco della sofferenza fisica e psicologica non lascia dubbi sulla propria natura: una ragazza sporca, ferita e terrorizzata scappa da un luogo inumano, una fabbrica o un capannone industriale, sorpresa dall'improvvisa libertà che ha squarciato il velo di un incubo.
Il film è lungo e articolato nello sviluppo della trama e non è giusto anticipare alcun particolare, come invece purtroppo si è visto fare più volte. Anche perché ci sono almeno tre grandi svolte nella vicenda, che spiazzano lo spettatore e rimescolano le carte dei suoi tentativi di interpretazione. Ad esempio, nella seconda metà il gioco viene svelato attraverso un racconto raccapricciante, almeno tanto quanto il personaggio che ha il compito di narrarlo, ma il film non perde nulla della sua carica disturbante, capace anzi di raggiungere picchi anche maggiori rispetto alla prima parte. Fino all'apoteosi finale, quasi insostenibile benché attesa, caratterizzata da momenti quasi lirici, e lo scioglimento definitivo dei nodi della vicenda.

L'avvertimento che si legge sulle locandine italiane del film, questo film mostra immagini estremamente violente e difficili da sopportare: la visione e la comprensione richiedono spettatori preparati e distaccati, non è affatto peregrino: questo non è un film per tutti, nell'intento esplicito del regista, e può essere capito e apprezzato solo da chi riesca a distaccarsene abbastanza da non diventarne una vittima. Del tutto è impossibile: il realismo e la credibilità di situazioni e personaggi prende lo stomaco e lo rigira come un calzino, lasciando un vuoto profondo, riempito solo da altra violenza subito dopo. Un plauso va quindi alla prova attoriale delle due protagoniste, Lucie (Morjana Alaoui) e Anna (Mylène Jampanou00ef), che reggono benissimo tutta la prima parte del film senza cadere nel banale stereotipo della giovane vergine urlante. Nelle loro espressioni si rispecchia l'amalgama della violenza a cui assistono e della confusione delirante delle loro menti: molte delle emozioni in gioco passano attraverso i loro occhi, che alla fine diventeranno il fulcro e il perché delle loro indicibili sofferenze.

Frastornati dalle immagini, dalle atmosfere e dalle sensazioni di dolore, non si può insomma che dire bravò a Laugier. Al suo coraggio e alla sua determinazione, che gli hanno permesso di superare tutti gli ostacoli del nostro mondo ipocritamente bigotto per mostrarci il dolore nella sua essenza. Per regalarci uno strumento in grado di stimolare sentimenti ed emozioni che mai, per fortuna, saremo mai chiamati ad evocare realmente. La capacità empatica dell'uomo verso i propri simili (e non solo) è straordinariamente sviluppata e il genere horror, in tutte le sue forme di espressione, ha lo scopo di toccare le corde delle emozioni più ancestrali e irrazionali: se questo è vero, Martyrs è un vero e completo capolavoro dell'horror contemporaneo.

Ad ogni modo, non è perfetto. La trama di fondo si svolge con grande intelligenza e sorprende più volte, ma lascia un pò a desiderare nel finale. La scelta di Laugier di spostare a due terzi del film la spiegazione, senza intaccare l'interesse per l'ultimo terzo (grazie al fatto che questo film non è solo trama) è molto azzeccata e non banalizza gli ultimi minuti, che invece lasciano interdetti e con una fastidiosa secchezza della bocca. L'impianto del finale, però, si regge su un assunto filosofico per niente scontato, anzi, probabilmente falso. E questo fa crollare la motivazione ultima (in questo senso, razionale) di tutti gli eventi dell'ora e mezza precedente.Ciò che viene raccontanto, in fondo, ha però ben poco di razionale e questo particolare in qualche modo non inficia la carica straordinaria che caratterizza la pellicola. In ogni caso le parole a proposito del regista fugano ogni dubbio sulla propria onestà: quando ho pensato al finale, mi sono subito reso conto che potesse non essere l'epilogo migliore in assoluto. Ma ancora mi chiedo quale potesse essere e non conosco la risposta. In qualche modo dovevo finire, per paura che lo spettatore non capisse e rimanesse infastidito, ma sono consapevole dei limiti di questo finale... Altro plauso per l'umiltà di un giovane regista, che dà veramente l'impressione di non aver lasciato nulla al caso: Martyrs è stato un suo film, pensato e fortemente voluto, e quindi curato in ogni sua parte.Ciò è evidente nel comparto tecnico, dove Laugier dimostra di avere una grande consapevolezza dei suoi obiettivi e degli strumenti per raggiungerli. O nella messa in scena del gore, di buon impatto ma senza esagerazioni viranti al comico. Apprezzabile la scelta di ridurre al minimo il digitale (totalmente inutile in pellicole del genere, le cui capacità di disturbare derivano dal realismo dello sporco) e in questo modo di preparare set completi, in cui gli attori potessero recitare davvero accanto al sangue e ai cadaveri.

"Bravò Laugier. Quando il cinema italiano tornerà ad essere grande nel nostro amato genere (e promettenti semi registici ci sono tutti, mancano coraggio e produttori) lo saprai senz'altro, intanto continua a tenere alto il testimone, senza abbassare la testa alle illogiche logiche del mercato.Nota: Laugier era stato chiamato a dirigere il remake di Hellraiser, ma a quanto pare regista e produttori si sono scontrati immediatamente e forse irrimediabilmente sull'impianto del progetto. Al di là dei leciti dubbi sull'opportunità di rigirare la chicca visionaria di Barker, Laugier avrebbe potuto mettere in campo il piglio giusto per fare un buon lavoro, ma evidentemente gli ideatori di questo ancora virtuale remake hanno una definizione tutta loro dell'aggettivo buono."

 

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