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Le Streghe di Salem [1]

Rating: 3.00/5 (1 Vote)
Le Streghe di Salem [1] 3.00 of 5 1 Vote.

Dopo Toronto l’ultimo lavoro dell’eclettico Rob Zombie arriva al Festival Internazionale del Fantastico di Sitges.

La grande aspettativa per questo film era percepibile già prima dell’uscita del trailer ufficiale, quando lo stesso regista –circa un anno fa- rendeva pubbliche le immagini dal set con lo strepitoso cast di scream ladies (tra cui le indimenticabili Dee Wallace, Patricia Quinn e Meg Foster) che ne avrebbero fatto parte; l’attesa si è fatta spasmodica con l’arrivo della bande annonce online e della presentazione in anteprima mondiale al Festival del Film di Toronto, una delle vetrine più importanti del mondo per il cinema mainstream e indipendente.
The Lords of Salem si allontana tanto dal cinema mainstream – al quale Zombie si era avvicinato con i due remake di Halloween, che non avevano ricevuto rispettivamente la stessa accoglienza- quanto dalle recenti produzioni indipendenti e low-budget, mostrando un’estetica barocca e un allestimento scenico a dir poco sfarzoso, già evidenti dalle prime immagini del teaser.
Partendo dal titolo i signori di Salem, piccola cittadina del Massachussetts, si trasformano in signorE, di mezza ( e oltre ) età, pronte a servirti il thè ad ogni ora del giorno e a leggerti i palmi delle mani (Pat Quinn non risparmia perle di saggezza alla “povera” Heidi, già non poco debilitata mentalmente e fisicamente) mentre si prendono amorevolmente cura del condominio e dei loro coinquilini preferiti; non dimentichiamoci che siamo a Salem, la città delle streghe per eccellenza, quindi le tre signore non possono essere altro che le streghe condannate nei tempi dell’inquisizione e dei sabba satanici; ma queste, nei ripetuti flashback, non sono presentate come donne innocenti o presunte tali dall’aspetto gradevole e aggraziato, ma risultano figure sgraziate e poco femminili inneggianti al demonio con un'attitudine assolutamente colpevole e malvagia.
Ma Lords of Salem è anche un pezzo metal che interviene nel film come elemento scatenante, causa del risveglio del Male con la sua maledizione e della caduta/ascesa definitiva di Heidi (Sheri Moon Zombie) speaker radiofonica ed ex-tossicodipendente; Heidi passa il brano alla sua trasmissione radio e ciò causa in lei (e in altre donne della città) uno stato di malessere anomalo; il pezzo è ovviamente un brano di Rob Zombie, il cui videoclip non è altro che un cartoon dedicato al processo alle streghe con una venatura zombesca che ricorda da lontano la Barbara Steele de La Maschera del Demonio di Mario Bava.

Detto questo le premesse ci sono tutte: una protagonista già debole e piena di fatal flows, l’anti-eroina per eccellenza, una maledizione, le streghe che invocano il demonio, un condominio semideserto e poco rassicurante.

Tutti elementi che Zombie mette in scena fin dall’inizio ma non procede all’approfondimento man mano che il film va avanti; nei primi 40 minuti si sofferma sulla (triste e solitaria) vita di Heidi e sul suo lavoro, intervallando momenti di quotidianità a visioni e sogni, con un lento incedere dentro e fuori dal condominio parco di inquietanti visioni e atmosfere decadenti che rimandano inevitabilmente alla versione di Stanley Kubrick di Shining. L’opera di Stephen King non è l’unica palesemente omaggiata nel film; omaggi al Polanski di Rosemary’s Baby, alle opere italiane ed americane degli anni ’70 strizzando l’occhio ai B-Movies, senza disdegnare le atmosfere Lynchiane di Mulholland Drive e Inland Empire e l’etica visionaria di Ken Russell. Un bel cocktail che a livello estetico appare mastodontico, coloratissimo, di sicuro impatto per un pubblico in trepidante attesa di un capolavoro. In un susseguirsi di scene deliranti e teatrali la sceneggiatura però si perde, anzi, si ferma proprio all’assunto presentato nei primi due atti, con le streghe che cercano di catturare l’animo di Heidi e farla diventare una seguace di Satana, e non va ad approfondire i personaggi comprimari, che sono stati introdotti come co-protagonisti. Sottolineata più volte la critica alla Chiesa e alla religione, con immagini che rasentano il surrealismo e il kitsch totale, con le figure di vescovi, preti e adirittura papi dai volti sfigurati e dalle pose tanto oscene quanto esilaranti.

Totale libertà di narrazione è stata assegnata a Rob Zombie per il suo quinto lungometraggio e, mentre regia, scenografia e fotografia – il rosso colore del demonio e l’estetica pop vicina a David La Chapelle- trionfano a man bassa, lascia alquanto perplesso il livello della storia, forse per un esagerato autocompiacimento dell’autore.

Pochi appassionati e seguaci del leader degli White Zombie grideranno però al capolavoro.

 

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