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La Mano del Diavolo

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Fallimentare nella vita artistica e nelle relazioni amorose, Roland Brissot (Fresnay), baratta anima e mediocrità, per un successo clamoroso, estorto grazie allo zampino del diavolo. Ovviamente come in tutte le storie dove è il maligno a dettare le condizioni, il nostro protaqonista non potrà che trovarsi a fronteggiare assurdi imprevisti e a percorrere in un crescendo catastrofico, un allucinante tunnel senza uscita; questo non prima però, di aver raccontato ad un gruppo di villeggianti invernali, la sua drammatica ed incredibile storia, che inizia proprio quando la fidanzata lo abbandona e il misterioso avventore di una locanda, gli offre un raro talismano…

Adattamento del racconto La main enchantée (1832) di Gerard De Nerval, scrittore suicidatosi in seguito ad una grave depressione nervosa, La Mano del Diavolo, pur non essendo uno dei film maggiori di Maurice Tourneur (L'ultimo dei Mohicani) - da non confondere con il figlio Jacques, regista de Il Bacio della Pantera dello stesso anno (1942) - è un soggetto non privo di spunti davvero rilevanti, a cominciare proprio dalla mano prodigiosa, presentata quale miracolosa opportunità di fama, allo sfortunato pittore.
Allettamento continuo infatti, per il proprietario, con le sue illustrazioni della parabola del successo e movimenti che sembrano infondere la disposizione a realizzare qualsiasi sogno, la mano giace quasi per tutta la durata del film all'interno di un cofanetto, talora smarrita, più spesso ritrovata, a volte inutilmente restituita, ma sempre disposta centralmente rispetto alla scena, che la ritrae appendice di possessione, in un gioco di esaurimento che dapprima condurrà l'uomo a distruggere il mito della rappresentazione di sé - secondo l'illusoria acclamazione del diavolo - per poi ricercare una verità che per lui sarà solo l'ultimo degli inganni, mentre per i testimoni, apprendimento significativo ancorché lucida prescrizione morale.

Proiettato durante l'occupazione nazista in Francia e non privo di qualche censura, quasi come se Tourneur volesse inviare un messaggio di gusto espressionista sulle facili connivenze del collaborazionismo, il film uscì un anno dopo negli Stati Uniti con il titolo emblematico di Carnival of Sinners. Ed è un'allusione paradigmatica a quella cena degli spettri peccatori cui Brisson partecipa inavvertitamente, comprendendo finalmente come la facilità con cui ha scelto di tradire valori fondamentali, abbia prodotto gli stessi esiti anche per gli altri e precedenti possessori del talismano: artisti, prestigiatori, moschettieri, uomini comuni che, vissuti in altri tempi, hanno condiviso con il pittore l'illusione di aver realizzato la propria grandezza -laddove non v'era possibilità alcuna di riuscita- attraverso il raggiro stolido ma soprattutto impossibile del diavolo.

Ma il male per Tourneur non è una creatura dalle apparenze mostruose, è solo un piccolo uomo magrittiano, un portaborse e un servo di scena che anima la quotidianità dei suoi personaggi, senza esplosioni raggelanti, senza i terrori che ci si aspetterebbe da una simile incarnazione: solo le cambiali soprannaturali di un contratto che, una volta sottoscritto, non è più possibile prorogare né annullare.
Senz'altro antesignano poi, di un elemento, quello della mano animata, che avrebbe ispirato persino un maestro del cinema come Buñuel, La Mano del Diavolo sembra quasi aver riproposto un seguito della vicenda, o meglio la possibilità di coglierne le conseguenze, nel celebre Le Cinque Chiavi del Terrore di Freddie Francis.
Vi troviamo infatti un critico d'arte (Christopher Lee), che dopo aver distrutto la carriera ed investito con l'auto, uccidendolo, un pittore famoso, ne è inseguito minacciosamente per tutto l'episodio dalla sua mano recisa e vendicatrice. Il diavolo forse non offre più clausole o talismani, ma in veste di narratore svela ancora una volta il destino di chi, troppo condiscendente con i propri desideri, accetta con imprudenza pericolosi e fatali compromessi.

 

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