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La Dama Rossa uccide Sette volte [2]

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La Dama Rossa uccide Sette volte [2] 2.00 of 5 1 Vote.
Una maledizione grava sui Wildenbru00fcck: ogni cento anni, nella magione di famiglia in Baviera, il fantasma della misteriosa dama rossa riappare per mietere sette anime.Questa è, quantomeno, la storia che nonno Tobias racconta alle due nipotine, Ketty ed Evelyn, per sedarne l'irrequietezza (!?!). Tra le sorelle esiste una rivalità che non si placherà mai e, molti anni dopo, durante una lite furibonda la povera Evelyn rimarrà incidentalmente uccisa per mano della stessa Ketty. Almeno così parrebbe. Nondimeno, la ragazza, aiutata dalla cugina Franziska e dal marito di questa, si premura di occultarne il cadavere nelle cantine del castello (!?!) dove sono cresciute e di fingere una misteriosa, fantomatica, fuga in America della ragazza morta.Ma allo scoccare del secolo, la dama rossa sembra riapparire. Prima sbarazzandosi del vecchio nonno, ormai, peraltro, molto malato, poi cominciando a prodursi, come da leggenda, in una serie di misteriosi omicidi. Sempre annunciata da una risata sinistra, vestita di una lunga mantella vermiglia, la dama fantasma semina il terrore scegliendo le sue vittime nella ristretta cerchia di conoscenze della bella Ketty. Dietro l'eredità del nonno, intanto, sembra celarsi un ennesimo mistero. Forse i delitti sono legati al testamento del vecchio. Se così fosse, allora, dietro i tragici accadimenti si nasconderebbe qualcosa di molto più terreno di uno spirito dannato.Quintessenza del giallo all'amatriciana, grande successo a livello cultistico, anche e forse soprattutto all'estero, La Dama Rossa uccide Sette volte presenta nel bene e nel male (specialmente nel male) tutti gli elementi caratteristici del genere: una trama, tirata per i denti, dagli sviluppi di un'incoerenza esemplare, dai risvolti incomprensibili e dai colpi di scena alquanto confusi; personaggi infidi e negativi, a volte inverosimili (loschi imprenditori con vizietti perversi, sbirri duri ma giusti, latin lovers dalle pettinature, quelle si, da incubo ecc.) o addirittura inutili e con nomi e volti improbabili. Dialoghi risibili; buchi narrativi e cali di tensione improvvisi; un montaggio che lascia sgomenti; varie illogicità d'antan e così via.Fiocca ogni tipo di gratuità: nelle morti violentissime; nei fiumi di sangue rosso lucido; negli stupri e nei riferimenti sessuali assolutamente superflui nell'economia del racconto (a volte involontariamente depistanti); nei nudi muliebri piazzati qua e là; nella crudeltà compiaciuta sparsa a piene mani un po' ovunque.E per concludere, un finale in cui il tessuto narrativo si sgrana in un caos primordiale, solo nel tentativo, peraltro non riuscito, di piegare gli eventi in direzione di una soluzione dell'enigma che faccia cattivi (e morti) tutti gli antipatici e buoni i due protagonisti (buoni).Un disastro? Un disastrou2026 ma dal fascino incontenibile! Perché il senso del recupero di pellicole come questa, sta tutto nella visione retrospettiva che ridona al ridicolo la dignità che gli spetta; che impone di calarsi in un immaginario lontano ma storicamente ben contestualizzato (1972); che spinge all'osservazione critica di quei valori narrativi, visuali, simbolici che non ci appartengono più ma con cui, però, è giusto familiarizzare, perché il tempo ne ha fatto storia, ne ha fatto testimonianza di un epoca trascorsa ma che è patrimonio genetico di quella attuale. Quei valori ci dicono chi siamo ancora oggi: basti guardare, ad esempio, alle figure femminili: veri e propri manichini sessuali, sempre discinte e molto disinibite, molto distanti dalla reale condizione delle donne di quei tempi, ancora vittime di segregazioni inenarrabili in tante parti del Paese e che certo erano animate da una rinata autocoscienza di genere, sconosciuta nei secoli precedenti, ma le cui conquiste nel campo dei diritti erano (e sono) ancora lontane. Insomma il prodotto di un'Italia scossa dal cortocircuito tra arcaicità rurale e miti di progresso. Tra Libro Cuore e Piazza Fontana.Una società in cui il valore del manufatto era ancora altissimo e si operava nel segno di un artigianato di buon livello. E se anche le sceneggiature non reggevano, lo sforzo tecnico poteva essere di qualità. E se la regia, i costumi, le scenografie, gli effetti, risultavano raffazzonati, spesso erano sufficienti le interpretazioni di attori di grande professionalità a risollevare le sorti di opere nate morte. Qui ad esempio la sempre splendida Barbara Bouchet, dimostra (se mai ce ne fosse bisogno), le sue ottime capacità recitative al pari, e forse anche un tantino in più, della bravissima Marina Malfatti, dall'esemplare carriera teatrale, oltre che presenza abituale dell'horror tricolore di quegli anni. Pagliai, comunque, nun se pò proprio vedèu2026Film come La Dama Rossa uccide Sette volte, nati, pensati, realizzati, quasi sempre con un fine unicamente commerciale, ci dicono molto della realtà di quel tempo. Proprio perché diretti ad un pubblico popolare utilizzano codici espressivi semplici, quasi basici. Sono rivelatori dei segni culturali di una società. Più di quanto accadesse, ad esempio, nel cinema americano, in cui la narrazione è da sempre impostata sui codici della rappresentazione del reale più che su quelli della resa del realismo.Emilio Miraglia, già sceneggiatore al lavoro con Rascel e Totò, ad esempio, ed autore tra gli altri del più debole La notte che Evelyn uscì dalla tomba (curioso come il nome Evelyn, nella fantasia del regista, sia così insistentemente associato all'idea di anima senza requieu2026), gira un'opera che tenta di mescolare ogni forma di cinema di paura. Azzarda un'ombra di Hitchcock; sposta tutto sul mistery, occhieggia al cinema britannico ma cita Bava già dal titolo (la dama rossa uccide per sette volte un po' come l'assassino che ha sei donne da far fuori in Sei donne per l'assassino del maestro). Poi cala tutto in un'atmosfera gotica, sempre di baviana memoria, con luci sinistre e pipistrelli di gomma. Adopera una fotografia splendida, che esalta il rosso (guarda un po') fino a tirarlo quasi fuori dallo schermo, e gira sequenze che andrebbero studiate nelle scuole di cinema. La ripresa frontale del fantasma che corre per i corridoi della Springe ridendo sguaiatamente, alternati alla soggettiva dello stesso fantasma, sono di una suggestione unica, pur avendo più di un precedente. Per non parlare dell'involontario e accattivante campionario di clichè vintage nella forma di abiti e acconciature, mobili e soprammobili, auto e carte da parati a righe, che rendono la visione oltremodo godibile, pur tra le mille sgradevolezze di cui sopra.Tutto questo ha reso la pellicola un cult assoluto, uno di quei grandi classici da Tarantino per intenderci, tanto che dell'eponima dama rossa è stata realizzata persino un'action figure che fa mostra di sè nella pagina dell'IMDB.E' un errore esaltare un'opera come questa senza condizioni, perché non è un capolavoro e mai lo sarà nonostante qualsivoglia riabilitazione, ma sarebbe un errore anche demolirla a priori. Va vista, e goduta dopo una pizza e una birra, come dice Celestini, in quanto documento di ciò che siamo stati. Come quelle fotografie rossastre in cui siamo ritratti con indosso degli orribili dolcevita, sotto salopette di velluto marrone, testimonianza di un'epoca in cui chi andava in giro tenendo l'autoradio sottobraccio era davvero qualcuno.

 

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