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La Dama Rossa uccide Sette Volte [1]

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La Dama Rossa uccide Sette Volte [1] 3.00 of 5 1 Vote.
Un'esile figura ammantata con una lunga cappa rossa, quell'emaciata maschera di perversione che aderente si confà ai lineamenti filiformi dell'assassino/a, e brandendo un ornato pugnale si dissolve effimera tra le braccia di sorella Notte, è il simbolo dell'assuefazione all'avidità umana, stendardo della sete di potere che incombe sull'innocenza. Il film si apre con un prologo d'antologia giallo gotico. Germania, anno 1958, Castello dei Wildenbruck. La zuffa tra le piccole Kitty e Evelin (sorelle con vertiginose disparità caratteriali), scaturita per l'appropriarsi di una bambola, è il pretesto per venire a conoscenza del segreto che si cela dietro quell'inquietante dipinto situato in salotto, che le assoggetta ma al contempo affascina.

Il quadro ritrae una inquietante dama vestita di nero, pugnalare alle spalle una seconda vestita di rosso. Tobias Wildenbruck, nonno delle due, riluttante, è costretto ad esplicare il tutto. Leggenda vuole che secoli addietro in quello stesso spettrale casato convivessero due sorelle eterogenee nei modi di porsi, la Dama Rossa, discinta e perfida, e quella Nera, l'esatto inverso: cortese e affabile, costretta a sopportare le angherie perpetratele. Quando la Dama Rossa concupì un ragazzo, la sorella più debole, presa dal rimorso e dalla gelosia, andò fuori di matto e architettò la sua rivincita trucidandola con sette efferate pugnalate. Ma è qui che il mito assume contorni inquietanti: ogni cento anni il fantasma della Dama di rosso vestita, torna recalcitrante a reclamare la sua sete di vendetta, reincarnandosi in una fanciulla prescelta, per mettere in atto sette cruenti delitti. Il decorrere dei secoli non ha scalfito la maledizione, che imperterrita si abbatterà nuovamente tra quattordici anni.Anno 1972.
Kitty (Barbara Bouchet) è ormai una affermata fotografa nell'arredato e succinto atelier della Springe. I fantasmi del passato riaffiorano quando viene messa al corrente tramite sua cugina Franziska (Marina Malfatti) della misteriosa dipartita di suo nonno Tobias da tempo cagionevole di salute. Ella asserisce di aver udito una satanica risata allontanarsi tra i meandri del castello poco dopo aver rinvenuto il corpo esanime. Il vecchio muore, tramandando agli eredi una cospicua eredità. All'apertura del testamento questi scoprono che la spartizione delle terre e ricchezze varie è posticipata all'anno venturo. Tutto ciò al fine di non dar adito a probabili faide fratricide e in secondo luogo perché l'anno in corso è proprio il 1972, data in cui si presume la dama assassina possa colpire. L'uccisione del direttore dell'atelier è il proseguo dell'inarrestabile carneficina.

La cerchia comincia a restringersi, i sospetti a farsi sempre più fondati. Nella flebile mente di Kitty iniziano ad alternarsi lontani flashback, ritorna incombente la maledizione raccontatagli, ancora bambina. Il tutto viene avallato quando la polizia tratteggia quello che potrebbe essere l'identikit dell'assassina, che, guarda caso, porta i tratti somatici di sua sorella Evelin. Ma ormai essa è morta anni addietro in una delle tante risse, annegando in un lago, e questo contribuisce a pervadere lo spettatore infondendo atroci dubbi e dilemmi. L'assassino: fatale spettro che affiora dall'aldilà o mero e abominevole killer seriale in carne ed ossa? Moventi terreni o sovrannaturali?Nato a Casarano in provincia di Lecce nel 1924, Emilio P. Miraglia è l'artefice del filone neo gotico che attinge a piene mani dagli stilemi tipici del giallo targato Mario Bava, omaggiato a destra e a manca. Codesto sottogenere, vide la luce nel '71 anno di uscita de La Notte che Evelin uscì dalla Tomba, proseguendo nel '72, anno de La Dama Rossa uccide 7 volte, una coproduzione italo-tedesca, uno dei tanti misconosciuti gioielli passati in fretta e furia nel dimenticatoio. Una pellicola controversa, che ha fatto parlare di se più di quanto si pensi, bistrattata non soltanto da pseudo critici di casa nostra ma nientemeno che da Stephen King! Dell'argomento approfondiremo maggiormente in seguito. Per la stesura dello script, Miraglia si avvalse dell'affermato scrittore Fabio Pittorru, già coautore con Massimo Felisatti, della precedente opera Miragliana.

La soave ma ritmata melodia ad opera di Bruno Nicolai si miscela perfettamente con gli abomini che si susseguono sullo schermo creando una fusione mistica ma efficace, il risultato è una delle migliori soundtrack di sempre che fa da cornice ad una splendida fotografia curata da Alberto Spagnoli, dolce ma tetra, col pregio di affascinare e rassicurare al tempo stesso. Per quanto concerne l'entourage annoveriamo una splendida Barbara Bouchet nei panni dell'insicura protagonista, al tempo non ancora insediatasi nell'Olimpo della Commedia Sexy, una graziosa e gracile Marina Malfatti e uno stravagante Ugo Pagliai, latin lover che intesse storie a destra e a manca, il tutto per un risultato globale che contribuisce a conferire alla pellicola quella velata ironia di fondo che si fonde col macabro fascino che persuade e spaventa con le paure più ancestrali. Provate, seppur per un solo istante, ad assaporare il solo pensiero che un vostro compianto vi abbia lasciato, e continui a provare rancore e odio per voi, quel rancore dove nemmeno la morte può fungere da spartiacque, e sia pronto a tornare per vendicarsi. Ebbene, questa terribile e viscerale emozione viene enfatizzata nel bellissimo prologo. Nonostante il progetto venne partorito nel periodo in cui Argento faceva faville con la sua trilogia animalesca, esso sarà fonte da cui attingere a piene mani per il medesimo regista romano e nientemeno che per Mr. Wes Craven.

Nei loro lavori venturi, prenderanno spesso spunto da questo titolo. Dove affonda le sue radici l'idea di perseguitare le vittime tramite telefono? E la cappa nera dell'assassino di Woodsboro? Vedere con i propri occhi per capacitarsi. Il regista quindi tentò di rinnovare gli archetipi del giallo gotico che videro ne Gli Orrori del castello di Norimberga di Mario Bava, l'apice delle loro fortune. Ancora una volta, come accadde in 6 Donne per l'assassino, è un atelier la stazione di incontri/scontri/omicidi, si intrecciano rapporti, si sprecano vite umane. Un tentativo di risollevare le sorti del gotico venne attuato anche da Alan Gibson col suo 1972: Dracula colpisce ancora, che tentò di arginare il terribile declino intrapreso dalla Hammer production, con risultati tutt'altro che soddisfacenti. Voglio ora aprire una (breve) parentesi sui numerosi nudi, espliciti o meno che vedono alternarsi Sybil Danning e Barbara Bouchet . Anche quando si indugia sui particolari anatomici, il tutto mantiene un nobile garbo e contegno, sequenze mai volgari o gratuite fuori luogo, perfettamente incastonate nella cattedrale di morbosa provocazione architettata ad hoc dal regista.I difetti
Dopo aver speso parole di elogio e di stima, è prioritario mettere in luce i (tanti) piccoli difetti che rappresentano un po' la palla al piede. Il finale per esempio, assorbe talmente tanti banali colpi di scena da risultare indigesto, peccando di presunzione. Si cerca sempre quel colpo ad effetto per poter spiazzare lo spettatore lasciando un miserabile senso di amaro in bocca. Il regista nella parte centrale riesce ad andare spesso e volentieri fuori tema. Si spazia dal thriller al poliziesco, dal giallo all'horror e non si ha il tempo di affezionarsi ad uno schema ben definito che in un battito di ciglia si mescolano le carte in tavola. La sceneggiatura presenta vertiginose cadute di tono e dopo un'ottima parte iniziale il tutto tende a disgregarsi andando a rotoli. Peccato.
La critica di Stephen King
Il testo che segue è tratto da Danse Macabre, trattato sulla formazione di Stephen King e rappresenta il suo (opinabile) pensiero sulla duplice incursione horror di Miraglia.E' divertente ripensare a quei disperati trucchi per convincere il pubblico a vedere dei brutti film horror. Durante una cavolata di produzione italiana, La Notte che Evelin uscì dalla Tomba, si diceva sarebbe stato servito blood corn, pop corn al sangue, cioè normale pop corn tinto di rosso.
Concludendo, il buon Emilio è riuscito a forgiare un ottimo giallo camuffato da film dell'orrore, uscito in un periodo avverso ed entrato repentinamente nel dimenticatoio. Ai posteri verrà ricordato come l'artefice del sottogenere pseudo gotico, che vanterà negli anni a venire pallidi tentativi di imitazione e poco a poco verrà inghiottito dall'oblio più completo, scomparendo del tutto. Caldamente consigliato a tutti i nostalgici del giallo all'Italiana, del poliziesco, ai nostalgici di quei tempi prodighi, tempi che non torneranno mai più. Ma la speranza è l'ultima a morire, e chissà se in una di quelle afose sere d'estate non si possa vedere la Dama Rossa volatilizzarsi dietro una infida risata. Con buona pace di Stephen King.

Curiosità: Conosciuto con i titoli alternativi di Blood Feast, Horror House, Feast of Flesh, The corpse which didn't want to die, The red queen kills seven times, The Lady in Red kills seven times, Die Rote Dame. In Francia distribuito con il titolo La dama rouge tua sept fois, in Spagna come La Dama Rosa mata siete veces.Miraglia trova l'occasione di citare se stesso in svariate circostanze. La sorella di Kitty, Evelin, prende il nome della protagonista del suo precedente lavoro.Lasciate perdere la versione italiana che circola saltuariamente sui nostri circuiti televisivi. Consiglio la versione UK con numerose scene di nudo e sequenze splatter che aggiungono più patos e maggiore charme al risultato definitivo.Lo sceneggiatore Pittorru (1928-1995), è autore di notevoli romanzi e biografie storiche come Ciano, I giorni Contati, Agrippina Imperatrice. L'ultimo s'intitola La Pista delle Volpi."

 

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