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La Casa sperduta nel Parco

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La Casa sperduta nel Parco 1.00 of 5 1 Vote.
Lo confesso: non amo e credo che non riuscirò mai ad amare il cinema di Ruggero Deodato. L'ho sempre trovato troppo sensazionalistico, sopra le righe, volutamente ambiguo, falsamente provocatorio. Mi perdoni chi ne tesse sperticatamente le lodi, chi lo invita ai festival specializzati, chi gli consente (leggi Nocturno) di tenere addirittura una rubrica mensile sul proprio giornale, chi lo chiama per comparsate inutili in terra slovacca (Hostel 2). Mi perdoni, come dicevo, ma non riesco a coglierne il senso. Perché tanti incensi sul capo di un regista che non ha mai avuto una poetica che non fosse di riporto?Qualche esempio? Eccovi accontentati.Cos'è Cannibal Holocaust se non la lezione jacopettiana dei mondo movie portata all'eccesso? Concordo con chi afferma che Deodato in quel film seppe cogliere con lungimiranza la crudele rappresentazione dei reality prossimi venturi, ma dietro questa intuizione (geniale quanto volete) c'è ben poco altro che non fosse già stato propinato al pubblico pagante. Cos'è Uomini si nasce, poliziotti si muore se non la stanca riproposizione del filone polizziotesco ormai giunto agli sgoccioli? Cos'è Camping del Terrore se non l'ennesima rivisitazione dell'aureo filone degli slasher che tanto imperversavano negli anni '80? Insomma, Deodato non ha fatto altro che (ri)prendere stilemi già ampiamente battuti da altri, e farli suoi infarcendoli di violenza a profusione e colpi allo stomaco. E, secondo me, questa non è una politica autoriale, ma solo una copia sbiadita di un compito svolto meglio da altri. Lo stesso discorso vale per La Casa sperduta nel Parco, in cui le tematiche del rape and revenge, così gettonate nella metà degli anni '70 (vedi Autostop Rosso Sangue, L'ultimo Treno della Notte, La Settima Donna, tutti nati sul'onda del clamoroso successo di L'ultima Casa a Sinistra di Craven) vengono prese in prestito dal buon Ruggero e convogliate verso le tipiche efferatezze tanto care al regista dei Parioli. Il bruto David Hess e l'amico ritardato Giovanni Lombardo Radice, entrati nottetempo nella villa di alcuni borghesi, li tengono in ostaggio, iniziando con loro un crudele gioco al massacro (stupri, sevizie fisiche e psicologiche) che si concluderà con un twist finale tanto sorprendente, quanto improbabile.Il messaggio è chiaro: i mostri si celano sotto le spoglie dorate della nobiltà e l'abito non fa mai il monaco, ma per arrivare a questo trito epilogo, dobbiamo sorbirci un'ora e mezza di overacting, nudi gratuiti, discorsi senza senso, deliri superomistici, banalità da rotocalco. Il pubblico di allora sembrava gradire. Oggi simili pellicole sarebbero impensabili. Segno dei tempi che cambiano. Tolti gli strepiti, le urla, il furore e il sangue cosa resta? Solo una sgradevole sensazione: di aver perso tempo e di aver assistito ad un morality play recitato da cani, francamente noioso, erotico come una melanzana, inquietante come una pantofola. E per una pellicola che dovrebbe scandalizzare le platee non è di certo un complimento.

 

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