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Ju-On: The Grudge

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Alla giovane Rika (Megumi Okina), assistente sociale tirocinante, viene affidato il compito di assistere un'anziana signora da poco trasferitasi in una nuova casa assieme al figlio e alla nuora. Al suo arrivo trova la donna sola e in stato catatonico; sporcizia e disordine regnano dappertutto. Rika si mette al lavoro, ma ben presto fa un'agghiacciante scoperta: al piano superiore, in un armadio chiuso con del nastro adesivo, scopre infatti un gatto nero e un bambino dall'aspetto inquietante che dice di chiamarsi Toshio (Yuya Ozeki). Scesa a chiedere spiegazioni alla sua assistita, Rika trova quest'ultima in preda al terrore e intenta a coprirsi gli occhi, mentre l'apparizione di una figura femminile, che pare fatta di pura ombra, si avventa su di lei. Nel passato quella casa era stata, infatti, teatro di una terribile tragedia familiare: un uomo, Takeo Saeki, in preda a una folle gelosia aveva ucciso la moglie, il figlio e persino il loro gatto, prima di essere rinvenuto morto a sua volta in circostanze misteriose. Da allora un anatema sembra gravare sulla casa: tutti coloro che vi hanno abitato o vi sono venuti a contatto sono morti o sono scomparsi..

Ju-on approda su grande schermo nel 2002, ma la sua genesi deve essere fatta risalire ad almeno due anni prima quando il regista Takashi Shimizu riceve l'ok per realizzare la trasposizione televisiva di una sceneggiatura scritta di suo pugno. In questo primo film televisivo e nel secondo, andato in onda appena un mese dopo e composto per lo più da scene del primo episodio, si viene già a creare quello che sarà il prologo della versione cinematografica: la tragedia della famiglia Saeki e la sua maledizione (Ju-on, che letteralmente significa rancore, è proprio la maledizione di una persona che muore in seguito a una collera furiosa che si accumula e poi si scatena nei luoghi in cui è vissuta). Il grande successo ottenuto con questi due episodi per la TV consente a Shimizu di poterne trarre, come detto, un adattamento per il cinema con la supervisione di un altro grande cineasta nipponico, Kiyoshi Kurosawa.


Le vicende narrate si collocano inizialmente cinque anni dopo l'uccisione di Kayako Saeki e la scomparsa del piccolo Toshio, anche se il film ha una sequenzialità non cronologica in quanto la sua struttura si presenta a episodi, ciascuno dei quali dedicato a una vittima della maledizione. Episodi che sono disposti a incastro (un tipo di costruzione che rimanda in qualche modo, con le debite proporzioni, al grande Akira Kurosawa e al suo Rashomon e vista in un contesto diverso e in tempi più recenti in Pulp Fiction di Tarantino) su piani temporali diversi, anche molto lontani tra loro (dal passato al futuro, da pochi giorni fino ad arrivare addirittura ad anni). Si tratta di una scelta che se da un lato può complicarne la visione, dall'altro obbliga lo spettatore a tenere sempre viva la propria attenzione, anche nei momenti più lenti del film. Le apparizioni degli spettri sono da brividi e colgono frequentemente di sorpresa, lasciando addosso un senso di inquietudine che tarda ad andarsene anche e soprattutto dopo il bellissimo finale. Indimenticabile il bambino, esile e silenzioso, il cui sguardo fisso rappresenta una condanna a morte senza appello. Altrettanto notevole è la figura della madre, Kayako Saeki, ottimamente interpretata da Takako Fuji: il fastidioso gracidio che accompagna le sue apparizioni, gli effetti sonori che producono i suoi movimenti, la sua stessa essenza che sembra fatta di ombra provocano un turbamento da cui non è facile liberarsi. è inevitabile un paragone con Sadako e quindi con Ringu di Hideo Nakata. Indubbio è che Kayako e Sadako si somigliano, al di là della comune rappresentazione coi lunghi capelli corvini (tipica peraltro dell'immaginario giapponese che così identifica i fantasmi femminili): entrambe sono vittime di una tragedia familiare, entrambe perpetrano la loro vendetta oltre i loro diretti carnefici, propagando la loro maledizione generata dal rancore come un virus.


Le similitudini finiscono però qui, a parte qualche scelta stilistica (non a caso Nakata è stato maestro di Shimizu), perché poi i due film procedono su piani differenti: più moderno, originale e incentrato sul dramma Ringu, più classico e incentrato sulle apparizioni dei fantasmi Ju-on. In questo senso Shimizu intreccia temi tipici della tradizione giapponese, come quello degli onryou, gli spiriti vendicativi, con altri più legati alla cultura occidentale, come quello della casa infestata, inserendo alcuni topoi tipici del cinema horror quali il gatto nero e il bambino e una strizzatina d'occhio a un classico del genere come L'esorcista (la discesa delle scale a quattro zampe da parte di Kayako non può non ricordare la spider walk di Regan nell'indimenticabile capolavoro di William Friedkin). Ju-on presenta, però, anche moltissime pecche: una fotografia non certo eccelsa, il make up degli spettri non sempre all'altezza, una trama non sempre coerente e spesso non facile da seguire, musiche scialbe che perdono il confronto con gli angoscianti silenzi e gli improvvisi e sinistri effetti sonori. Discutibile anche l'inserimento dell' intero episodio dedicato a Izumi, la figlia del detective che si occupò del caso Saeki, ambientato molti anni dopo rispetto agli altri e legato molto forzatamente alle altre vicende.

Un film imperfetto, dunque, ma dotato di una caratteristica fondamentale che manca a quasi tutti gli horror di ultima generazione: fa paura. E tanta. Diverse sequenze sono davvero.. indimenticabili. Dopo averlo visto, date un'occhiata sotto le coperte prima di andare a letto.

 

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