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Io Sono Leggenda

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Io Sono Leggenda 3.00 of 5 1 Vote.
Siamo nell'anno 2012.
Il tenente Robert Neville, scienziato militare, si aggira in una New York deserta accompagnato dal suo fido pastore tedesco Samantha. Riempie il vuoto delle sue giornate con compiti di routine, dà la caccia a qualche capriolo che vaga libero e indisturbato in pieno centro, cerca di simulare una vita reale interagendo con manichini. Allo scoccare delle 12:00 lancia puntualmente un messaggio radio alla nazione, nella disperata ricerca di rintracciare qualcuno. E' l'unico sopravvissuto, l'unico soggetto immune al terribile virus che, tre anni prima, ha infettato l'intera popolazione trasformandola in un'orda di orrendi vampiri mutanti, terrificanti abomini delle tenebre.
Al calar del sole si rinchiude in una sorta di casa-bunker, un laboratorio dove lavora al suo unico scopo: trovare un antidoto a questa orrenda piaga che lo ha reso l'ultimo uomo sulla terra.
Intanto, fuori, i vampiri lo aspettano nell'oscurità...


Dopo L'Ultimo Uomo della Terra (1964) di Ubaldo Ragona e Sidney Salkow, e 1975: Occhi Bianchi Sul Pianeta Terra (1971) di Boris Sagal, entrambi di medio livello, ecco arrivare la terza versione cinematografica del romanzo I Am Legend (1954) di Richard Matheson. Sicuramente quella con il budget più alto (attorno ai 150 milioni di dollari), con la maggior concentrazione adrenalinica, e con le maggiori libertà nei confronti della versione letteraria, questo Io Sono Leggenda sembra riuscire a soddisfare i palati di molti.
Ci troviamo, infatti, dinanzi ad un action-fanta-horror (le etichette si fanno sempre più articolate) sicuramente gradevole oltre che di pregevole realizzazione, con almeno tre sequenze veramente memorabili per ritmo, suspense e tecnica. Dietro la macchina da presa Francis Lawrence, giovane regista cresciuto a Los Angeles con all'attivo svariati videoclip per grandi pop star americane (B. Spears, J. Lopez, Green Day, lo stesso Will Smith) oltre al mediocre Constantine (2005). Rispetto a quest'ultimo, però, il risultato in termini strettamente registici è decisamente migliore. Il film tratto dai fumetti Vertigo, infatti, riluceva di luce im-propria, più che altro grazie alla massiva e gratuita dose di CGI, inciampando continuamente in uno stereotipato e prevedibile script; in Io Sono Leggenda, invece, Lawrence si fa spettacolare ma concreto, lineare ma coinvolgente, mettendo in scena una storia sicuramente ben congegnata, soprattutto per chi non ha letto il libro ispiratore.


Dalla sua parte c'è anche un concept filmico in cui sembra particolarmente a suo agio, quasi interamente basato su montaggi serrati, pause dilatate contrapposte a sequenze al fulmicotone, spesso girate con largo uso di camera a mano. Brillante la rappresentazione di una New York City desolata, con campi lunghissimi, carrelli e Dolly ipnotici nella loro paesaggistica visionarietà; una metropoli rappresentata come organismo morto, fossilizzato, triste specchio di una piaga biochimica che ha mutato tutto in un agghiacciante paesaggio di vuoto silenzio. Efficaci gli inserti in flash-back nel montaggio, atti a dinamicizzare lo scandire degli eventi salienti del plot, con salti temporali di cospicuo peso drammatico e funzionalità esplicativa.
Buono anche l'utilizzo di CGI per i vampiri, per quanto questa formula digitale stia eccessivamente soppiantando l'autentico e artistico make-up, diventando oramai la norma del reparto effetti speciali per almeno l'80% delle produzioni statunitensi di budget medio-alto. Il tutto coadiuvato dall'ottima fotografia di Andrew Lesnie, calda e pittorica nelle lunghe riprese diurne, cupa e angosciosa in quelle notturne, donando alla pellicola una veste lussureggiante di sicuro impatto.


Questa dicotomia luce-buio, bianco-nero sarà una caratteristica cardine della vicenda, a partire proprio dal protagonista Will Smith, superstar internazionale la cui pelle scura si contrappone al viscido e tumescente pallore degli infettati vampiri. Finalmente dismesse le irritanti vesti di rapper cool e vincente, abbandonate quelle ancor più becere di colonnello reazionario antialieno dell'esecrabile Independence Day (1996), Smith regala stavolta un'interpretazione sincera, mostrandosi caratterista versatile e professionale. Per quanto il suo aspetto sia completamente agli antipodi del Robert Neville letterario (Matheson lo immagina biondo, occhi azzurri, tipicamente anglosassone) la sua performance risulta sicuramente una delle più riuscite e credibili in carriera.

Tralasciando le musiche, poco ispirate e spesso appena funzionali nel sottolineare il pathos dell'azione, il film di Lawrence sembrerebbe avere tutte le carte in regola per essere considerato uno dei migliori fanta-horror degli ultimi anni. In realtà, queste carte non le possiede tutte, per un motivo sostanziale: il suo fastidioso e furbo discostarsi dall'essenza contenutistica del romanzo da cui è tratto, e di cui porta orgogliosamente il nome.
Lo script realizzato dal duo Mark Protosevich - Akiva Goldsman (quest'ultimo anche produttore esecutivo), discreto se preso a sé stante, è in realtà il tallone d'Achille della pellicola. In esso vi è un vero e proprio espianto chirurgico di tutto il messaggio di fondo del libro, mortificando e umiliando il poetico finale, qui mestamente travisato - o per meglio dire, camuffato - in qualcosa di ben più rassicurante e confortevole per l'americano medio.


u00abOra sono io l'anormale. L'anormalità è un concetto di maggioranza, la norma di molti, non la norma di uno solou00bb.
Questo sentenziava il rassegnato Robert Neville letterario, in una delle opere più sconvolgenti della narrativa fantastica, firmata da colui che, insieme a Leiber, Bradbury e Sturgeon, ha rivoluzionato il modo di intendere il fantastico della seconda metà del ventesimo secolo.

Lì dove il romanzo sublimava ogni forma di sentimentalismo gratuito, di ovvietà, avviluppando suggestioni e paranoie tipiche del genio di Matheson in un messaggio contenutisticamente puro, universale ed eterno, qui non ritroviamo altro che lo scheletro del romanzo e qualche riferimento sparpagliato. Tutto ovviamente condito, in particolare nella seconda metà della pellicola, da un'azione tanto ben realizzata quanto riempitiva, una non troppo celata fede religiosa (dalla quale il romanzo si teneva a debita distanza) ed un quasi lobotomico appiattimento verso i canoni più congeniali alle major americane.


Dopo il virus di Kruppin ad infettare l'umanità, ecco subentrare nell'ultimo terzo di pellicola un altro morbo, quello hollywoodiano, a rovinare questo potenziale ottimo film mutandolo nel solito kolossal blockbuster. Viene così ignorato il meglio del libro, le sue riflessioni sul diverso, sul contrasto società-individuo, su quell'immortale astrazione del concetto di punto di vista, poche volte raccontato con tanta poetica lucidità.
Una grande occasione mancata per un film divertente e coinvolgente, confezionato come costoso giocattolone da intrattenimento per il consumatore medio, senza mai correre il rischio di attivare più di tanto i suoi preziosi neuroni, senza mai nemmeno avvicinarsi alle vette toccate dal romanzo ispiratore.



Approfondimenti:
Lo stesso Matheson, in una recente, interessantissima intervista (che vi postiamo qui di seguito), ha esplicitamente confessato la sua insoddisfazione verso le versioni cinematografiche fin ora realizzate del suo romanzo. Senza mai disprezzarne la validità, lo scrittore di Allendale, New Jersey, ha sottolineato quanto queste tre trasposizioni fossero distanti dall'essenza del suo libro, consigliando vivamente agli sceneggiatori di cercare di ideare qualcosa di completamente originale, unicamente con le loro forze.
Da altre interviste è emerso che, paradossalmente, Matheson non fu coinvolto nemmeno nello script del film di Ragona. Firmato con il suo pseudonimo, Logan Swanson, lo scrittore americano ha dichiarato di non aver avuto nulla a che fare con la sceneggiatura, proprio perché insoddisfatto dagli intenti realizzativi della produzione.

 

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