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In the Market

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In the Market 1.00 of 5 1 Vote.
Quando mi trovo di fronte ad un prodotto indipendente di matrice italiana il primo commento che mi viene da esclamare è Bravi!!!. Bravi a prescindere dalla qualità in sè del titolo, poichè posso soltanto immaginare quali sforzi siano stati necessari per districarsi in questa asfittica palude del cinema Made in Italy, soprattutto quando si vuole produrre qualcosa legato al genere horror. Arrivare quindi alla parola FINE di un proprio progetto è di per sè già un primato che denota passione e cocciutaggine, doti indispensabili in questo ambiente così difficile.Il regista Lorenzo Lombardi ed il resto della giovane WHITEROSEprd (coadiuvati anche dalla The Coproducers, in passato all'opera con Ad Project) rappresentano da questo punto di vista un esempio calzante, considerati i due lunghi anni di lavoro impiegati per dare alla luce il loro In The Market. Bravi quindi...Detto questo però, giusto per parafrasare il titolo del film di Lombardi, una volta che un autore decide di buttarsi in the market, è doveroso che la sua opera venga valutata con lo stesso metro di giudizio di qualsiasi altro film, soprattutto quando essa viene presentata come La risposta Italiana a Hostel e Saw. Dico questo perchè spesso e volentieri nello stivale noto un'incomprensibile indulgenza da parte della critica nei confronti delle pellicole horror nostrane. Già escono pochi horror italiani, se quelli che hanno il coraggio di farlo vengono criticati è finita. Questa è una frase che mi sono sentito dire spesso e che reputo una delle più idiote che un uomo dotato del dono della parola (e della ragione) sia in grado di proferire. Non c'è differenza secondo me fra chi fà queste affermazioni e chi considera a prescindere come negativi i film horror italiani: in entrambi i casi contribuisci a scavare una fossa ancor più profonda al nostro cinema che già naviga in acque non proprio felici.Non stiamo parlando di panda in via di estinzione che dobbiamo salvaguardare; si parla di film che vengono messi regolarmente in commercio come gli altri, pertanto è mia responsabilità nei confronti di chi ci legge analizzare questi titoli per consigliarne o meno l'acquisto/noleggio/biglietto di cinema (perchè alla fine è quello che comporta un nostro parere), cercando di dare per quanto possibile un giudizio che possa servire allo stesso regista come spunto costruttivo per far meglio nelle prossime occasioni. Questo, secondo il mio modestissimo punto di vista, è ciò che realmente serve al nostro cinema, soprattutto questo è rispettare tutti: lettori/acquirenti e addetti ai lavori. Mi perdonino gli Splattermaniacs che si trovano a leggere questa mia lunga filippica (mi perdoni lo stesso Lombardi che con il suo film mi ha dato spunto per parlarne, ma penso capirà), ma sono davvero stanco di questa immane ipocrisia di pacche sulle spalle, articoli buonisti e Festival sempre con gli stessi titoli...a che serve cantarcela e suonarcela da soli se poi messo il naso fuori di casa non ci conosce un cazzo di nessuno?A noi, quindi, In The Market, un film che ha moltissime buone intenzioni ma che, per via del budget e di alcune scelte poco efficaci non può esimersi da una serie di difetti che ora proverò ad elencare.Prima di tutto credo sia controproducente per una pellicola dagli evidenti limiti economici, lanciare paragoni con titoli celebri: anche facendolo con le migliori intenzioni (e sono sicuro che questo sia uno di quei casi) si rischia sempre di trasformare un semplice omaggio in un'arma a doppio taglio che ti si ritorce contro. Un altro aspetto che è sempre bene evitare è decontestualizzare la storia che vogliamo raccontare. I nomi dei protagonisti di In the Market sono inglesi, così come inglesi sono alcuni cartelli ed insegne. La storia stessa vuole ricalcare un tipico road movie a stelle e striscie; peccato però che altri dettagli (il distributore della ERG, la cabina telefonica etc.) tradiscano il tutto creando una sensazione di set posticcio ed uno stridente sentore di forzatura. Cast e location sono italiane? Che male c'è...facciamo un horror italiano senza problemi: all'estero impazziscono per le nostre storie di paura (ancora ce le copiano); sarà loro premura tradurre il necessario.Lorenzo Lombardi è un più che evidente estimatore del cinema di Tarantino: lo si evince non solo da una lunga serie di particolari (spezzone di Death Proof visto alla tv, l'inquadratura fetish di un paio di piedi etc.) ma soprattutto per via del dialogo che Nicole, David e Sarah affrontano durante il loro viaggio, che costituisce la prima parte della pellicola. Tarantino da questo punto di vista (ma non solo ovviamente) è un vero maestro. E' capace di tenerti incollato allo schermo per degli interminabili istanti ad ascoltare dei brutti ceffi che parlano della metafora della fava grossa di Like a Virgin, quasi ti dimentichi del film in sè. Tentare di riprodurre la stessa alchimia è una mossa sicuramente coraggiosa ma irta di pericoli e nel caso di In the Market, purtroppo, costituisce uno dei suoi aspetti meno riusciti.50 minuti caratterizzati unicamente da viali alberati, discorsi sul caffè alla merda e battutine varie sono francamente troppi: ci sono senza dubbio degli spunti divertenti ma il tutto si sarebbe potuto riassumere in molto, molto meno tempo. Questo aspetto ha purtroppo fatto emergere anche la poca esperienza dei tre protagonisti, tutti esordienti, i quali si sono trovati a gestire una situazione davvero complessa anche per un attore navigato, come quella di dover recitare a camera fissa senza alcuno stacco (o quasi).Con la seconda parte invece le cose migliorano, non solo perchè finalmente si arriva al sodo, al cuore vero e proprio della storia, ma anche per via di due elementi che riescono a risollevare buona parte di In the Market: Sergio Stivaletti e Ottaviano Blitch. L'apporto di quest'ultimo è servito ad imprimere un pò di carica alla pellicola e, nonostante la sua recitazione sia (volutamente) sopra le righe, questo Adam The Bucther riesce a ritagliarsi un ruolo simpatico e sadico quanto basta (mi incuriosisce ora vederlo in Shadow di Zampaglione).Su Stivaletti non c'è molto da dire, nel senso che la sua arte è ben nota al pubblico di appassionati di gore; nella pellicola di Lombardi non fà che confermare la validità del suo brevetto di macellaio DOC. I momenti splatter coincidono anche con i segmenti che ho apprezzato della regia di Lombardi, che ho trovato in questi frangenti più personale e sicura.Si tratta come già detto di un esordio per questo giovane filmaker, il quale dimostra comunque una grande passione sia per il suo lavoro che per il cinema di genere tout court: probabilmente se In the Market fosse stato asciugato da molte divagazioni e orpelli (lo avrei visto molto meglio come corto o mediometraggio) ne avrebbe giovato l'opera intera. Attendo con curiosità il suo prossimo lavoro.

 

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