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In Dreams

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In Dreams 3.00 of 5 1 Vote.
Nella mente di Claire (Annette Bening), illustratrice di favole, si insinuano i pensieri di un serial killer (Robert Downey Jr.). In una costante discesa negli inferi, con visioni di morte sempre crescenti, affronterà l'assassino di bambine, scoprendone la torbida infanzia…
In Dreams ha due poteri forti: quello di spaventare e quello di affabulare. Il cinema di Neil Jordan (Intervista col Vampiro) si muove astutamente tra immagine e sguardo, in quello che Pasolini definiva il mondo degli im-segni. E non si limita solo a mettere in scena una tradizione favolistica (da Hansel e Gretel a Biancaneve a Cappuccetto rosso) ma rende esplicito il terrore atavico dello spettatore per il bosco, lo sconosciuto, l'oscurità e l'inesplicabile.
La dimensione della mente è talmente forte da portare allo stallo quella della realtà. Lo sa bene Claire, unico personaggio femminile in un mondo dominato da un sesso altro, meno vulnerabile e mai disposto a credere. Il mondo non sa e non vuole essere violato dal punto di vista di una voce femminea. L'unico disposto a 'farsi incantare' è l'Orco, Vivian. Ibrido dei due mondi, middlesex distruttore sia della fantasia che della realtà: uccide non solo le bambine (tante piccole Claire desiderose di sentirsi chiamare la 'più bella del reame'), ma anche il mondo maschile, raziocinante, miscredente.



La casa di Vivian è, per proseguire ad onta della razionalità invadente, la casa della strega malvagia (disneyana, di Blair, di Salem…), situata immancabilmente in mezzo al bosco. Un fatiscente stabilimento di sidro di mele in cui avverrà la resa dei conti finale, con una Claire evoluta (da passiva ad attiva, padrona dei propri sogni), speculare alla madre matrigna di Vivian, la 'più bella del reame' sacrificata per recuperare dal mondo fantastico una bambina a immagine e somiglianza della sua piccola strappatale dal maniaco.
La valenza filmico-metaforica è il traguardo migliore raggiunto dalle oculate messe in quadro di Jordan che, lungo la sua intera filmografia, sembra voler aggiungere sempre nuovi tasselli al concetto metacinematografico fatto di Sogno, Memoria e Storia.
Da un punto di vista narrativo e di coesione del testo, il lavoro di Jordan manca a tratti di originalità. Il parto è comunque un'opera viscerale, intelligente e profonda.

 

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