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Imago Mortis

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In una scuola internazionale di cinema di una non precisata località europea, Bruno, brillante studente in procinto di affrontare un'importante esercitazione di fine corso, comincia a essere perseguitato da strane visioni. Le inquietanti apparizioni del fantasma di un giovane sembrano volergli rivelare qualcosa, condurlo a svelare un oscuro mistero che gli stessi docenti dell'ateneo vogliono a tutti i costi tenere celato. Intanto, tramite l'archivio della scuola, Bruno viene a conoscenza dell'operato di un vecchio alchimista del XVII secolo, tale Fumagalli, che sembra fosse addentro a terrificanti esperimenti riguardanti l'estirpazione dei bulbi oculari in punto di morte, al fine di fotografare l'ultima immagine impressa nella retina. Una procedura che prese il nome di Thanatografiau2026


Tanta aspettativa attorno quest'opera seconda del nostrano Stefano Bessoni, dopo quel Frammenti di scienze inesatte (2005), purtroppo mai distribuito nelle sale. Aspettativa in parte pienamente giustificata dall'indiscusso talento visivo del regista romano, nonché dai suoi nobilissimi intenti, più volte proclamati in alcune interviste rilasciate ai maggiori siti specializzati. Esumare, rinnovare e rilanciare il cinema horror made in Italy era la dichiarazione d'intenti di Bessoni, che vanta prestigiose collaborazioni (una su tutte, quella con Pupi Avati) come assistente alla regia, effettista e illustratore per storyboard. Se a questo si aggiunge un soggetto accattivante, una produzione per metà iberica e alcuni interessanti nomi nel cast, ecco che la visione sembrerebbe obbligatoria per qualsivoglia appassionato di horror.

E invece no. Imago Mortis rappresenta sicuramente una delle più grandi occasioni mancate di questo inizio 2009, soprattutto alla luce di tutti gli ambiziosi obiettivi preposti, e poi clamorosamente falliti.
Per certo quello che non manca nella pellicola è l'uso creativo della fotografia, merito dell'occhio genuinamente artistico del regista, oltre che all'ottimo lavoro di Arnaldo Catinari (una garanzia del nostro cinema). Tenebrosi anfratti riecheggiano gotiche reminiscenze fiabesche, mentre pastosi e suggestivi chiaroscuri illuminano la scena con gusto e tecnica davvero mirabili. Decisamente efficace anche l'uso del montaggio, con un buon ritmo orchestrato soprattutto nella prima parte della pellicola, senza sbavature, strizzando l'occhio al trend spagnolo degli ultimi anni.
Tutto ciò, purtroppo, risulta assolutamente insufficiente a tamponare le spaventose voragini di uno script tristemente afflitto da una tale sequela di ingenuità e clichè da far venire i brividi (e non di paura). Legnoso, prevedibile, infarcito di un numero impressionante di stereotipi della peggior risma, con una nutrita serie di ridondanze e inverosimiglianze che non possono passare inosservate, con tutti i buoni propositi. Un autentico peccato, se si pensa che il tutto è stato scritto a quattro mani, dallo stesso Bessoni e dallo spagnolo Luis Alejandro Berdejo (già sceneggiatore di Rec), previo totale rimaneggiamento di una decina di versioni intermedie, due delle quali scritte dall'ottimo Richard Stanley.

Una volta nel vivo della vicenda, Imago Mortis non decolla mai, nemmeno per un istante, e i chiassosi interventi orchestrali dell'ingombrante soundtrack firmata da Zacarìas de la Riva rendono il tutto ancora più urticante.
Già dopo la prima mezz'ora il racconto tende a sfaldarsi, collezionando azioni e moventi risibili da parte dei personaggi, con una rappresentazione dell'elemento soprannaturale odiosamente datata e banale.
La recitazione non si erge mai al di sopra della mediocrità, con personaggi monodimensionali e un approfondimento psicologico tendente allo zero. Il tutto ancor più penalizzato da dialoghi artefatti e meccanici, che non rendono di certo un buon servigio alla credibilità della vicenda. Geraldine Chaplin (figlia di cotanto padre) fa del suo meglio, ma il suo ruolo è davvero troppo marginale nella storia, mentre sua figlia Oona, già al suo terzo lungometraggio, risulta purtroppo abbastanza mono-espressiva. Alberto Amarilla, nel ruolo di Bruno, è decisamente imbarazzante: la sua performance, tra sguardi teneroni e goffe espressioni di spavento, sembra molto più adatta a una fiction televisiva che a un film horror.

Sono più che evidenti i voluti, affettuosi riferimenti all'horror che il regista ha più amato: una scuola di cinema di nome Murnau, un professore soprannominato Caligari, e una tendenza ad alcune gotiche atmosfere in tipico stile Hammer. Tuttavia bisognerebbe scindere ciò che è citato da ciò che è semplicemente trasposto: una su tutte l'idea di Thanatografia, tutt'altro che nuova e quasi interamente mutuata dall'argentiano Quattro Mosche di Velluto Grigio (1971), solo per citare il titolo più famoso.
Eppure l'approccio di Bessoni al cinema, decontestualizzato dalla pellicola in questione, è di sicuro interesse, almeno sul piano visivo. Così cupo, immaginifico e fiabesco, a metà strada tra Del Toro e Burton; meriterebbe sicuramente più spazio, soprattutto se veicolato da sceneggiature e idee portanti più valide.
Sul versante della scrittura, invece, il cammino verso una maturità espositiva sembra ancora molto lungo. Il controllo del linguaggio cinematografico è sicuramente già buono, ma lo spessore contenutistico, almeno stavolta, sembra semplicemente non pervenuto.

Imago Mortis segue un filone mainstream, non intende sperimentare ne tantomeno innovare un genere che, invece, ha un costante e disperato bisogno di idee più che di tecnicismi, di intuizioni più che rivisitazioni tributarie degli stilemi caratterizzanti.
Il risultato finale assomiglia ad uno sterile esercizio stilistico: ben fatto, ma più adatto ad una delle prove di fine corso della Murnau che a portare la bandiera del nuovo cinema horror italiano.
La prossima, forse, andrà megliou2026

 

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