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Il Profumo della Signora in Nero [1]

Rating: 3.00/5 (1 Vote)
Il Profumo della Signora in Nero [1] 3.00 of 5 1 Vote.
In questa recensione sono presenti alcuni spoiler sul finale del film. Un oscuro complotto si è creato attorno a Silvia Hackerman, una chimica dalla fragile psiche che si trova ad affrontare i suoi terribili ricordi infantili mentre incombono sinistri presagi. L'immaginazione di Silvia è troppo fervida oppure sta accadendo realmente qualcosa di grave?

'Raffinato' è l'aggettivo che meglio si adatta a questo film, in cui la composizione cromatica e spaziale di ogni quadro moltiplica all'infinito ogni tentativo di analisi che va a perdersi nei singoli fotogrammi. La voluta ricercatezza e il taglio delle luci su interni borghesi fanno della visione un'esperienza polisensoriale, un vedere con la punta delle dita, un'esplorazione tattile della pellicola che diviene crosta pittorica (come nella sequenza del sanguinolento dripping su scarpette laccate di bianco). Gia il titolo preannuncia una visione sinestetica, ai limiti della rappresentazione cinematografica: vedere un profumo. La scenografia allora diviene il corpo stesso del film, come le geometrie antonioniane o le saturate pareti in technicolor di Suspiria. Barilli rinchiude la protagonista Silvia Hackerman dentro una prigione polverosa come vecchi ricordi repressi, come una foto di famiglia con qualcosa di sbagliato, da correggere. Lei eideticamente ripercorre la sua infanzia, novella Alice in un paese che di meraviglioso ha ben poco.Il ricordo è alla base dell'intreccio e nell'inesorabile evolversi di una patologia mentale Silvia regredisce fino a tornare bambina, alla radice dell'edipico male che sta proprio nella visione, voyeuristica (dunque metafora spettatoriale), di una sudaticcia scena di sesso tra la madre e il suo compagno. Ma il male è un qualcosa di indotto. Silvia è al centro di un complotto; una ristretta èlite la ha scelta come vittima sacrificale e si ciberà del suo corpo in un cupo banchetto. Il messaggio estetico si colora di sfumature politiche: una oligarchia disegna il tragitto da percorrere, e il tragitto conduce inesorabilmente verso la soddisfazione dei desideri di una ristretta cerchia di lupi famelici. La pellicola può essere collocata nel filone 'paranoico', una risposta a Rosemary's Baby forse ma con un innegabile tocco personale. Magari è esagerato ungere il regista con crismi autoriali, ma all'interno del genere è doveroso riconoscergli una spiccata visionarietà oltre che una discreta abilità nel discostarsi da banalità e facili sensazionalismi visti altrove. Il profumo della signora in nero è un film complesso a tratti manierato ma dietro immagini ridondanti e policrome e un'avvolgente colonna sonora del maestro Piovani si cela un cancro che viene fuori con turgori e bubboni pesanti come colpi di mannaia. Su tutto risplende la fragile bellezza di Mimsy Farmer e nel tetro finale un carrello indietreggia distaccato e critico, la piccola Silvia si è fatta male…

 

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