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Il Nascondiglio [1]

Rating: 2.00/5 (1 Vote)
Il Nascondiglio [1] 2.00 of 5 1 Vote.
Antefatto: Siamo a Davenport, nello stato americano dell'Iowa, la notte del 22 dicembre 1957. Durante una terribile tormenta di neve un pensionato per anziani gestito da suore viene sconvolto da un misterioso e orrendo accadimento.

Cinquantacinque anni dopo, in seguito a una lunga degenza, una donna italoamericana (Laura Morante) viene dimessa dalla clinica psichiatrica in cui era ricoverata, a causa di squilibri mentali dovuti al suicidio del marito. Decide così, grazie ad un'ingente somma messa da parte, di aprire un ristorante. La scelta del locale destinato all'attività ricadrà proprio sul goticheggiante Snakes Hall, teatro della misteriosa vicenda iniziale. Da quando la donna mette piede nella villa, una serie di inquietanti voci e sinistri rumori sembrano perseguitarla. Intanto, gli abitanti della cittadina sembrano voler lasciare nell'oblio quel terrificante segreto, celato da più di mezzo secolo nelle oscure volte della vecchia casa abbandonata sul colle.

A undici anni di distanza da L'Arcano Incantatore, suo ultimo gioiello squisitamente horror, Pupi Avati realizza questo nuovo capitolo del suo multiforme cinema, tanto eterogeneo quanto profondamente legato a stilemi e ossessioni intrinsecamente personali. Partendo da questa considerazione va analizzato questo tenebroso mystery-horror, che vede nel suo punto di forza una diligente strategia di 'suggerire senza mostrare', chiave magica per ogni efficace narrazione del terrore, fusa in bello stile con un gusto per le sfumature che ha sempre differenziato l'indiscussa arte del grande cineasta bolognese. Ne Il Nascondiglio ritroviamo infatti alcuni ingredienti tipici del cinema avatiano: la locazione spaziale del plot nelle cittadine di provincia, l'orrendo segreto occultato dagli abitanti, il focus orrorifico che ruota attorno al concetto di 'casa', una Chiesa inerme e spesso corrotta. E anche stavolta un passato dominante, spaventoso, riemerge malignamente avvolgendo il protagonista di turno in una sorta di ineluttabile vortice di paura e orrore.

La performance registica risulta decisamente brillante: fluide carrellate rivelatrici si fondono in inquietanti primi piani su volti e oggetti, in un continuo guidare e collocare l'occhio verso qualcosa di sempre più segretamente spaventoso. La concezione della casa è, ancora una volta, elegantemente sviluppata come vero e proprio organismo vivente e pulsante, protagonista multi sfaccettata nei suoi tenebrosi anfratti, nelle tortuose scale sfocianti in angosciosi cunicoli; scorci visivi di un polveroso trascorso di orrore e morte. Vocine infantili e ossessioni sulla vecchiaia contribuiscono ad arricchire l'atmosfera di questa gotica pellicola, i cui primi trenta minuti risultano incantevolmente ipnotici, con Avati abile burattinaio della ragione, disseminatore di inquietanti indizi e tracce fittizie.
Un'interessante fotografia firmata dall'ottimo duo Rachini-Bastelli, cupamente incentrata sul nero (per almeno il 50% del film), fa il paio con gli esterni assolati di questa Davenport piatta e immota, fortemente dislocata dallo spaventoso microcosmo simboleggiato dal gotico edificio. Funzionali le musiche affidate a Ritz Ortolani, per quanto non così ispirate e rimarchevoli come in altri lavori del regista romagnolo.
Il cast internazionale, ottimamente diretto da Avati, regala performance estremamente convincenti: a partire da quel Burt Young indissolubilmente legato alla saga di Rocky, le avvizzite e carismatiche Sydney Rome e Rita Tushingham, fino a buoni caratteristi come Treat Williams e Yvonne Sciò. Spicca su tutti l'eccezionale Laura Morante, una delle migliori attrici italiane degli ultimi trent'anni, tecnicamente dotatissima, in grado come poche di recitare con il solo ausilio dello sguardo, perfettamente a suo agio in questo contesto di terrore e mistero.

Nonostante tutte queste allettanti caratteristiche e la promettente parte iniziale, Il Nascondiglio mostra piuttosto rapidamente tutti i suoi punti deboli, situati quasi esclusivamente nell'architettura di uno script alquanto penalizzato da ridondanze e lungaggini, tendenti a infiacchire il ritmo e il fluire della vicenda. Il tutto forzando lo spettatore ad un continuo immagazzinamento di dettagli che risultano, alla fine, piuttosto superflui nella ricostruzione del puzzle finale. Tutto ciò risulta fastidiosamente stridente se si considera la consueta eleganza e maturità di scrittura del regista bolognese, artefice nel suddetto L'Arcano Incantatore, in Zeder (1983), e soprattutto nel superbo capolavoro La Casa Dalla Finestre Che Ridono (1976) di sceneggiature sfolgoranti, scolpite nell'essenza dell'orrore primigenio, coerenti anche nei momenti razionalmente più improbabili.
Altra caratteristica che, amaramente, non può non saltare all'occhio, sta proprio nella gestione dello shock conclusivo, peculiarità che ha reso l'emiliano uno dei maggiori esponenti, insieme ad Argento, dell'orrore Made in Italy. Il Nascondiglio, infatti, inciampa proprio dove il miglior cinema di Avati era riuscito a spiccare il volo: quei finali così disturbanti e geniali, quelle sconvolgenti rivelazioni che mai si sarebbero intuite, sono stavolta fin troppo prevedibili ed evidenti già dopo i primi quaranta minuti di pellicola.
Manca inoltre un altro marchio di fabbrica che ha fatto grande la concezione dell'orrore avatiano: la rappresentazione della provincia italiana. Quegli straordinari affreschi di una fosca e silente campagna - al tempo stesso immota e vibrante di antichi e indicibili segreti - è qui rimpiazzata da una piatta e anonima cittadina centro-statunitense, del tutto priva di quel fascino ombroso e sibilante, caratteristico del paesaggio regionale ben noto al regista. I terrori rurali, appena sussurrati dall'omertà di dialetti e inflessioni squisitamente folcloristici, sono qui totalmente appianati da dialoghi (tutti doppiati) in un formale e compito italiano, tanto funzionale quanto asettico. Complice di tutto ciò la forzata (e forse commercialmente astuta) produzione d'oltre oceano; una tendenza attuale del cinema di genere italiano.

Il talento di Avati è indiscutibile, la sua mano sempre pregevole, il suo occhio sempre arguto. Ma Il Nascondiglio non riesce a 'nascondere' abbastanza, sviluppando solo in parte la buona idea che costituisce il soggetto (firmato dallo stesso regista), lasciando un pò di amaro in bocca per una buona occasione riuscita a metà.

 

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