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Il Cigno Nero

Rating: 4.00/5 (1 Vote)
Il Cigno Nero 4.00 of 5 1 Vote.
La conoscono tutti la storia. Quella del cigno bianco e del cigno nero.Una ragazza, tramutata in un cigno da un incantesimo, si innamora di un principe. Il principe sembra ricambiarla ma, ben presto, cade vittima della seduzione del cigno nero. Al cigno bianco non resterà che il suicidio, unica via di fuga e di salvezza. E', forse, il balletto più noto. Anche un ignorante come me in materia ne aveva sentito parlare milioni di volte.La trama del film è tutta lì. Una compagnia di ballo deve mettere in scena Il lago dei cigni. Le rivalità tra due delle ballerine per il ruolo di protagonista, una fragile ed indifesa (la Portman), perfetta per il cigno bianco; l'altra sensuale e spregiudicata, perfetta per il cigno nero. Il problema sta nel fatto che entrambi i ruoli devono essere assegnati ad una sola delle due. Sullo sfondo la figura di una madre oppressiva che, non avendo successo in gioventù nella danza, cerca di ottenere il suo personale riscatto attraverso la figlia. Un'altra figura interessante che fa da contorno alla storia è quella dell'artista in declino (una bravissima ed inquietante Winona Ryder).La prima cosa che pensi, approcciandoti a questo film, dopo aver letto recensioni in giro e dato un'occhiata a vari articoli, è che la pellicola si concentri sul tema del doppio. In effetti il doppio, con uno stile molto cronenberghiano, si manifesta quasi fin da subito. E' la carne che lo somatizza, che, prima lo subisce come un rigetto, e poi come una parte indispensabile di sé. Il corpo diventa lo specchio della dicotomia interna tra il bene e il male, la passione e l'amore, la tecnica e il cuore. La parte di sé più nascosta, quella che si è tentato di celare per così tanto tempo e che abbiamo finito per non riconoscere più come nostra, fa sentire, con prepotenza, la sua presenza e pretende la parte, il ruolo, che le compete. Tutto questo è sicuramente presente nella pellicola di Aronofsky. Però, considerando solo l'aspetto del doppio, si finisce per non comprendere a pieno quello che il film rappresenta. Un film che, in primo luogo, prima del tema del doppio e dell'ambiguità dell'essere umano, vuole parlare della figura dell'artista. Arte come ossessivo e pernicioso scandagliamento di se stessi, arte come racconto sincero del proprio io. Ma, più di tutto, arte come annullamento di se stessi. Annullamento che così bene è rappresentato da quell'ultimo, accecante, fondale bianco.L'artista per raccontare se stesso, per essere grande, deve perdersi (è lo stesso Cassel, che interpreta il capo della compagnia di danza, a dirlo alla ballerina prima che entri in scena).L'analisi spietata di se stessi e il conseguente annullamento dell'io singolo, comportano, logicamente, dolore e sacrifici. Follia e nevrosi.L'artista deve sbranare parti di sé, tagliuzzarle, sfregiare il proprio corpo e la propria anima. Deve far emergere tutto, non nascondere nulla.Il suo corpo deve traspirare la sua essenza (chi ha visto già il film capirà bene quest'ultima frase).L'arte, quindi, non presuppone un'aggiunta, ma una perdita. Una perdita di sé che, dopo il dilaniamento interiore ed esteriore che c'è stato prima, si tramuta in un nulla incorporeo, dove tutto, però, sembra avere il giusto peso, il piacere puro dell'estasi dell'oblio incontaminato e assoluto. Uno stato che presuppone, come già detto, l'annullamento di se stessi e la morte dell'artista. Quindi, parlare di questo film sciorinando, semplicemente, il tema del doppio, è alquanto riduttivo. Oltre quello già detto, inoltre, ci sarebbe molto altro di cui parlare, poiché sono molteplici le sensazioni e gli stati d'animo che il film, splendidamente, suggerisce.Per quanto riguarda il lato tecnico ci ritroviamo davanti ad una pellicola quasi perfetta: i movimenti di camera di Aronofsky (soprattutto durante i balletti) sono magnifici, e quel suo seguire così da vicino l'attore (come in The Wrestler), fargli sentire la camera sul collo, rende perfettamente quello che il film vuole trasmettere.Gli attori sono tutti molto bravi, spicca sicuramente la Portman (che, però, ho trovato inferiore rispetto a Rourke, protagonista del penultimo titolo del regista), e non si può far a meno di apprezzare un ottimo Cassel.Le uniche pecche che ho ritrovato durante la visione sono state un paio di dialoghi un po' banalotti e l'uso di alcuni effetti speciali troppo vistosi e marcati, suscitando, in rarissime occasioni, anche un leggero senso del ridicolo che molto stonava con l'angoscia di molte scene.In definitiva un film da vedere assolutamente, finalmente agli Oscar una candidatura decente (anche se non credo proprio riuscirà a vincere come miglior film).Correte in sala!

 

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