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I, Zombie [1]

Rating: 3.00/5 (1 Vote)
I, Zombie [1] 3.00 of 5 1 Vote.
Una saturazione a molti gradita della tematica Zombie nel mondo del celluloide-digitale ha dato sfogo a progetti sperimentali spesso arditi e spesso anche non riusciti. Questo I Zombie: The Chronicle Of a Pain è un viaggio nella metamorfosi fisico-mentale di una vittima del morbo portato alla ribalta mondiale da George Andrew Romero nel 1968. Malattia o virus che ha le sue origini nel folclore delle isole Caraibiche, dedite ai riti Voodoo, per diventare nel secolo scorso analisi sociologica di un'era e del consumismo umano. Uno zombi visto dal di dentro non era mai stato così accuratamente analizzato come nell'opera prima di questo regista Inglese, classe 1956. L'approccio maturo di Andrew Parkinson alla tematica crea un'aurea di consapevolezza intorno alla pellicola sul senso della vita e della morte.
La sofferenza ritratta è permeata di lunghi silenzi e riflessioni, una sorta di Via Crucis. Molti storcono il naso di fronte all'esplosione gore, tralasciando qualità del make-up e degli effetti, che avviene nella seconda metà del film. Chi scrive non è d'accordo: il film vuole essere la cronaca, come suggerisce lo stesso titolo, di una sofferenza che ha inizio per un motivo e porta all'inevitabile conseguenza e se questo inesorabile mutamento, o adattamento, se vogliamo cavalcare una certa filosofia zombi che potremmo definire alla spicciola homo homini lupus, è intriso di sangue e putrescenza, non ci si può tirare indietro in nome di un ipotetico buon gusto.

Il morto vivente è stato ideato come il terrore più grande, un sogno di immortalità che ha la sua culla nell'uomo e ritorna sotto forma di incubo per infrangersi e distruggere proprio colui che per un attimo ne rimane affascinato, credendo di trovarsi davanti all'apparente soluzione del suo più grande terrore ancestrale. La morte non si può sconfiggere ed il desiderio di una vita dopo di essa diventa un'implacabile maledizione.
L'innocenza dell'uomo, e in questo caso del protagonista, viene infranta per puro caso, quando una donna infetta lo morde sul collo. Un incidente, una fatalità, un incontro fortuito che lo porterà ad essere contaminato dal terribile virus. Il pensare se l'incontro casuale possa essere una sorta di iconografia dell'Aids, il reale flagello dell'ultimo secolo, non ha importanza, dato che il film si dedica al descrivere nel dettaglio l'effetto e non la causa. Il giovane si trasformerà, inizierà a capire la sua fine. Sarà spinto ad aggredire i suoi simili, nascondendo i cadaveri come un serial killer; la paura si manifesterà pari passo con la consapevolezza dell'orrore più puro quando sarà costretto a fare quello che viene ripudiato anche dall'istinto animale: il nutrirsi di membri della propria specie.
David, così si chiama il protagonista del film, subirà il terrore e ce lo trasmetterà, vedrà il proprio mondo crollare intorno a lui e sentirà crescere dentro di sè la consapevolezza di quanto sia terribile essere morti ma non poter riposare in pace. Scena catartica è quella della masturbazione, la quale ha un impatto devastante che suscita emozioni discordanti. David, arreso a sè stesso si masturberà nella propria stanza ormai maleodorante e si ritroverà con il proprio pene in putrefazione tra le mani, staccato dal resto del corpo. Un urlo straziante nell'attimo dell'amputazione involontaria segna la presa di coscienza del non ritorno da parte del protagonista. Il film ha una tecnica narrativa che esula dai classici horror: la storia del protagonista, sostituendo la trasformazione in uno zombi ad esempio con la tossicodipendenza, avrebbe avuto le stesse coordinate narrative. L'opera diventa quindi originale per il fatto stesso che analizza una malattia e lo fa in una maniera reale, come se il presupposto dell'infezione esistesse per davvero. Penso che non ci si stupirebbe se alla fine del film fosse comparso un numero di conto corrente per devolvere aiuti agli infetti dal virus del 'ritorno'.
La pellicola annovera dei difetti che per lo più sono soggettivi e questo è molto importante, dato che il make up scadente unito agli effetti pressappochisti sono ovviamente riconducibili al budget ristretto. Per chi conosce l'opera di Jörg Buttgereit, rappresentante d'eccezione dell'ultrasplatter teutonico, sentendo la musica classica che accompagna I, Zombie non potrà che tornare con la mente al film Nekromantik, non solo per colonna sonora ma anche per l'atmosfera di perdizione quasi romantica che si respira durante la visione. Se Parkinson abbia nell'intimo desiderato di diventare un caso, nella sua Inghilterra, come il suo collega Tedesco la cosa non stupirebbe affatto.
Opera prima del regista e pubblicizzata, oltre che edita in dvd negli states attraverso la nota rivista Fangoria, I, Zombie rimane uno zombie movie da conservare nello scaffale per il piglio innovativo con cui viene trattata la tematica zombi.
Non si grida certo al miracolo ma chi lo ha girato ha senz'altro creduto in quello che stava facendo mettendoci anima e intime paure.

 

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