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Holy Motors

Rating: 4.00/5 (1 Vote)
Holy Motors 4.00 of 5 1 Vote.

Generalmente parlando, in un film non cerchiamo qualcosa di completamente nuovo o mai visto prima: ciò che vogliamo è una variazione sul tema, “la solita storia” raccontata in modo che non sembri “la solita solfa”.

Per questo motivo, il cinema narrativo di finzione funziona secondo automatismi consolidati, un meccanismo a orologeria calibrato al millesimo di secondo: in quanto spettatori, infatti, amiamo che le nostre aspettative vengano manipolate entro limiti ben definiti.
Quello che intendo dire è che esistono delle regole per fare “un film come si deve”.
Per esempio, il vademecum del giovane sceneggiatore dice che un ragazzo incontra una ragazza, si innamora e la sposa. Dalla loro unione, tuttavia, non può nascere un drago a tre teste...

Se ciò avvenisse, l'effetto sarebbe senza dubbio scioccante, ma “così non vale, così sono capaci tutti”: è considerato un “mezzuccio”, un espediente scorretto e non-professionale infarcire una pellicola di bizzarrie senza senso al solo fine di disorientare il pubblico.
Pensate a un film interamente costruito sul colpo di scena finale – che so, Il sesto senso (1999) o I soliti sospetti (1995). Per quanto il “coup de théâtre” sia concepito per cogliere di sorpresa lo spettatore, esso non può nascere dal nulla: sceneggiatori e registi devono seminare tracce più o meno visibili lungo il percorso narrativo, in modo da poter tirare le fila nell'ultima sequenza e farci esclamare “Come ho fatto a non pensarci, era così chiaro fin dall'inizio!”.

Holy Motors francamente se ne infischia.

Rifiutate con sdegno struttura in tre atti e trama portante con obiettivi da raggiungere / ostacoli da superare, non c'è alcun bisogno di un colpo di scena finale, semplicemente perchè può succedere di tutto in qualsiasi momento: bastano una manciata di attori, una “boîte à trucs” e una dozzina di situazioni pescate qua e là dal dramma familiare, dal noir, dal videoclip musicale, dal gangster film, dal porno...
“Cosa diavolo sta succedendo?” viene da chiedersi durante la visione.

Penso che John Carpenter abbia sintetizzato bene la questione nel suo straordinario mediometraggio Cigarette Burns (2005).
Secondo il vecchio saggio, esiste una sorta di contratto non scritto: acquistando il biglietto, lo spettatore compie un atto di fiducia verso il regista, che in cambio costruisce un microcosmo di novanta minuti “che si accorda ai nostri desideri”.

Ma Leos Carax, come l'Hans Backovic carpenteriano, appartiene alla schiera di coloro che anziché l'ordine (kosmos) vogliono creare il kaos, un bombardamento di immagini e suoni “ricchi e strani”, e il sacro terrore di non avere idea di cosa accadrà nel fotogramma successivo.

Entrate a vostro rischio e pericolo.

Curiosità: Come mi ha suggerito un amico, Holy Motors fornisce la risposta alla domanda posta dal protagonista di Cosmopolis (2012): “Dove vanno le limousine di notte?”

 

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