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Gozu

Rating: 4.00/5 (1 Vote)
Gozu 4.00 of 5 1 Vote.
Difficile riuscire a parlare di un film come Gozu. Compito arduo organizzare le idee, sintetizzare emozioni e sensazioni; scindere il piano narrativo da quello puramente visivo. Cinema da 'sentire' più che da vedere, a cui abbandonarsi - e qui un paradosso - attivamente. Subire Gozu ed allo stesso tempo assorbirne il contenuto, manipolarlo dopo esserne stati manipolati, ricomporlo pazientemente dopo la sua progressiva frantumazione. Niente di nuovo, si dirà; stiamo parlando di cinema. Ma qui non ci sono metafore; manipolazione, ricomposizione e frantumazione mantengono il loro significato intrinseco.
Chissà se Miike ride di noi. Di chi si impegna ed è infine convinto di aver afferrato significati sfuggenti; di chi organizza le sue riflessioni cinematografiche attraverso l'inflessibilità del 'genere'. Mentre lui, clown nel suo Yakuza horror teathre, si diverte ad elaborare criptici inganni, a prendere lo spettatore per mano ed abbandonarlo a metà strada. Eppure...l'ipotetico bluff non sembra completamente riuscito. Alla fine si ha come la sensazione che la portata teorica sia notevole, ambiziosa, tutt'altro che innocentemente burlesca.
Minami si trova di fronte ad un dovere che cambierà la sua vita. Il compito affidatogli dal suo clan è quello di scortare Ozaki, suo mentore e sorta di fratello spirituale, in una discarica di Nagoya dove lo aspetta la morte. Quest'ultimo ha infatti cominciato a dare segni di squilibrio evidenti e viene considerato un pericolo di cui sbarazzarsi. Durante il tragitto, qualcosa di strano accade. Ed è solo l'inizio di un viaggio allucinante ed onirico, sospeso in una realtà che esula dalle leggi della razionalità.
Acquisire, portarsi appresso un frustrante senso di colpa...troppo semplice. Ciò che lega Minami al suo aniki (il fratello) è qualcosa di più di una semplice amicizia, di un debito di vita. E' probabilmente un'amore. Rifiutato, incompreso, inaccettabile. Ma un amore, volente o nolente. Il viaggio del giovane yakuza è percorso di vita, di coscienza, o più precisamente cammino verso una consapevolezza. I personaggi e le situazioni surreali che si susseguono hanno effetto straniante sul protagonista e sullo spettatore, sono indice di una prospettiva di sguardo deviata, fuori asse; prospettiva che appartiene al regista, e su cui noi - i suoi interlocutori - siamo costretti presto a doverci sintonizzare. Come Ichi The Killer predicava e richiedeva una totale accettazione della violenza insita geneticamente nell'individuo al fine della visione, Gozu costringe a sintonizzarsi su una lunghezza d'onda diversa, su una frequenza distorta che travalica il concetto stesso di genere. Cinema come sogno, come arte suprema di finzione ed inganno; strumento di disintegrazione delle regole sociali, manifesto anarchico di libertà creativa. Baristi pelati in reggiseno e mutande di pizzo, demoni con la testa di caprone (il Gozu del titolo) portatori di messaggi dall'oltretomba, anziane signore che spremono latte dai seni; un rapporto omosessuale che passa letteralmente attraverso uno eterosessuale. Miike non arretra di fronte a niente, e la sua libertà creativa è ormai marchio di fabbrica.
In questo suo delirio sembra volerci dire che il non sense è solo un nostro preconcetto, limite invalicabile di una società che lo rifiuta pur convivendoci, che lo marginalizza pur cibandosene quotidianamente. Non si fa fatica a leggere tra le righe surreali della visione uno sguardo critico e sarcastico sul Giappone odierno, luogo forse per eccellenza di cotraddizioni, di emozioni represse, di regole frustranti ed eccessi spiazzanti. Si ha però la sensazione di limitare così i possibili stimoli della visione, di porci a nostra volta confini per spiegare ciò che non riusciamo a comprendere. Se la critica attraversa la superficie, nel cuore si agita uno slancio a dir poco avanguardistico: morte, reincarnazione e rinascita; rapporto a tre. Punto esclamativo. Si va ben oltre il concetto di identità sessuale; ci si interroga sulla coscienza e sulla morale, si sposta il limite della riflessione avanti anni luce dal termine 'omosessualità'. Qui sta il merito della provocazione, se così vogliamo definirla: i parametri su cui si basa presuppongono assenza di preconcetti, di pregiudizi; non riflettono su un dato di fatto, ma spostano lo sguardo 'oltre', giungono a conclusioni aperte, che sono in realtà nuovi inizi, nuovi punti di partenza.
Tutto però viene rimesso in discussione da quella risata conclusiva. Ed è li che si ha l'impressione di essere scherniti noi in prima persona. E' in quell'istante che tutto torna ad essere pellicola, che il teatro chiude il sipario, che il volume si sgonfia.
Che si intravede il bluff. Mancato.

 

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