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Giallo [3]

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Giallo [3] 2.00 of 5 1 Vote.
Torino. Linda, una hostess francese, denuncia la misteriosa scomparsa di sua sorella imbattendosi nell'ispettore Enzo Avolfi, poliziotto dal passato oscuro, che da tempo è sulle tracce di uno spietato serial killeru2026Uscito al cinema dopo una prima distribuzione straight-to-dvd (complimenti a chi ne ha curato il marketing!), Giallo può essere considerato come il terzo capitolo di un'ideale trilogia composta dagli altri due segmenti: La sindrome di Stendhal (1996) e Il Cartaio (2004). Nefandezza priva di benché minimo interesse, lavoro alimentare, prodotto infimo e superficiale, come velocemente liquidato dai più, l'ultima pellicola di Dario Argento, ad essere onesti, non è poi tanto peggiore di molti altri film di genere - soprattutto italiani - circolati negli ultimi anni. Sono profondamente convinto di una cosa: quando ci si accosta alla produzione argentiana degli ultimi venticinque anni si dovrebbe cambiare metro di giudizio, lasciar perdere confronti improbabili con L'uccello dalle piume di cristallo, Profondo rosso e Suspiria e concentrarsi esclusivamente su quella precisa tappa del percorso che l'autore, in un determinato momento della sua vita artistica, si trova a compiere in relazione al contesto culturale, produttivo e distributivo. Si tenga perciò innanzitutto conto delle traversie legali che hanno mandato il progetto in sofferenza fin da subito, a cui vanno aggiunti uno sciopero delle maestranze indetto durante la lavorazione e la causa - vinta - dal protagonista Adrien Brody nei confronti della produzione per mancato adempimento contrattuale e appropriazione indebita della sua immagine pubblica. Al cospetto di tali problematiche e dello script piuttosto anonimo della coppia Jim Agnew (anche aiuto regista) e Sean Keller (reduce da tv-movies come Mammoth, Kraken e Gryphon), Argento ci mette la faccia e prova a salvare il salvabile. A dispetto del titolo, il film non è né un giallo, né un horror, ma un thriller poliziesco, un detective-movie con venature noir. Motore della pellicola non è la personalità contorta dell'assassino, e nemmeno le tecniche con cui tortura le sue vittime - l'omicida è infatti mostrato dopo pochi minuti e la violenza esibita è piuttosto contenuta -, quanto il confronto a distanza tra l'ispettore e il serial killer. Trauma e isolamento dell'individuo accomunano infatti le esistenze dei due personaggi (non a caso Adrien Brody interpreta sia Enzo, sia il villain) in uno scontro volutamente non-serrato e abulico, rappresentato come una ricerca tra le pieghe della memoria di entrambi i personaggi.Nei primi venti minuti ritroviamo una regia fluida e essenziale composta da pochi elementi che però da sempre contraddistinguono il marchio di fabbrica argentiano, sicuramente un po' ossidato, ma ancora riconoscibile. Purtroppo già a metà visione la sceneggiatura comincia ad annaspare, la fotografia piatta e troppo patinata di Frederic Fasano non aiuta, la recitazione oscilla tra l'inespressivo e il troppo caricato. Ma il Nostro non si arrende. Costruisce un film sbilanciandolo sulla personalità misteriosa e impenetrabile del detective, tanto da rendere la vicenda della caccia al serial killer una sorta di sub-plot, qua e là confeziona qualche bella sequenza e ci regala uno dei finali più maturi e anti-consolatori della sua filmografia.Al di là degli evidenti e macroscopici difetti di cui Giallo non è affatto esente, è apprezzabile, finanche ammirevole, il modo in cui Argento - classe 1940 - stia provando da anni a cambiare le carte in tavola del suo cinema, evitando la tendenza - quella sì alimentare - del riciclo selvaggio. La breve stagione meta-autoriale composta dal trittico autoreferenziale-citazionista Opera, Trauma e Nonhosonno, l'horror radicale splatter-gore del ciclo Jenifer, Pelts e La terza madre e la trilogia poliziesca (La sindrome di Stendhal, Il Cartaio, Giallo) sono tutti tentativi - magari imperfetti, non privi di lacune o mancanze - che uno degli indiscussi maestri dell'horror made in Italy ha compiuto per emanciparsi da quei generi e sottogeneri da lui stesso forgiati e plasmati a sua immagine e somiglianza. I suoi capolavori sono altri. E sono lì, fortunatamente, per essere visti, rivisti, consumati, goduti, alla mercé della nostra smodata, insaziabile voracità d'appassionati.

 

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