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Ghost Son

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Ghost Son 3.00 of 5 1 Vote.
Il 2005 ha decretato il ritorno al cinema di Lamberto Bava, purtroppo coinciso con un titolo (The Torturer) dalle performance altalenanti. A distanza di 12 mesi gioca nuovamente le sue chance, dirigendo una coproduzione italo-tedesco-ispano-sudafricana dall'emblematico titolo di Ghost Son. Il regista romano ripercorre la strada già esplorata nel televisivo Per Sempre, dove lo spirito del defunto torna sul luogo dove ha lasciato l'amata famiglia. Questa volta è avvantaggiato dal cospicuo budget messo a disposizione, tra i maggiori della sua intera carriera cinematografica.Mark e Stacey sono una felice coppia che gestisce una fattoria in Sudafrica. L'idillio s'interrompe bruscamente, quando Mark subisce un grave incidente stradale e muore tra le braccia della moglie. Per Stacey i giorni trascorrono nei frequenti ricordi dell'amato consorte, che la trascinano fuori dalla realtà fino a sfiorare il suicidio. Ma la nascita imprevista di un figlio, ultimo regalo di Mark, rende nuovamente Stacey consapevole del mondo che la circonda. Purtroppo l'arrivo di Martin sarà fonte di notevoli problemi: gli strani comportamenti del bimbo lasciano intuire che la vita di Stacey è governata da forze arcane. Il monito di una vecchia del luogo, molto considerata dagli abitanti per le sue facoltà di veggente, inasprirà il conflitto tra la reminiscenza e la volontà di Stacey di voltare pagina.
Il 2007 sembra l'anno del grande riscatto del cinema horror italiano. In attesa delle ultime fatiche di Argento ed Avati e dopo il brillante esordio di Silvana Zancolò (La Radice del Male), gustiamoci l'ottima regia dell'esperto Bava, che concretizza sapientemente una storia dai contenuti energici, mai banali, nella cornice di una sceneggiatura che non prevede ritmi serrati. Non è certamente l'azione il piatto forte del film, anzi, il primo quarto d'ora scorre sonnacchioso tra stucchevoli effusioni. è proprio il perseverante legame di coppia, l'amore intenso tra marito e moglie che sfocia nel paranoico/paranormale, il fulcro della vicenda. Il sapore delicatamente sovrannaturale della pellicola ricorda Shock, il film diretto insieme al padre Mario circa trent'anni prima, in cui un'opprimente presenza trascinava lentamente alla follia la protagonista Daria Nicolodi. Stavolta sono rappresentate la magia e la bellezza incontaminata del continente nero, le sue tradizioni ed i suoi misteri tribali. A comporre la storia del cinema di genere italiano hanno contribuito sovente vecchie glorie hollywoodiane; il cast di Ghost Son non è propriamente stellare per i canoni del periodo, ma è formato da celebri mestieranti quali John Hannah (La Mummia, La Mummia: Il Ritorno, Sliding Doors, 4 Matrimoni ed un Funerale), Laura Harring (The Punisher, Willard il Paranoico, Mulholland Drive), che mostra in più frangenti le sue splendide curve, e Pete Postlethwaite (I Soliti Sospetti, L'Ultimo dei Mohicani, Amistad, Dark Water), che riescono a calarsi nel ruolo senza alcuna fatica.
Incredibilmente azzeccata la scelta del piccolo Jake David Matthewson nella parte di Martin, in grado di fornire a pochi mesi di vita una prestazione davvero inquietante. Il doppiaggio non presenta particolari lacune, ad esclusione della Cataldi Tassoni effettuato in modo molto superficiale. Valida la colonna sonora eseguita da Paolo Vivaldi (un nome, un destino), sapiente miscela tra musica ambient, classica ed elementi tipici della world music. Gli effetti ottici sono di buona fattura, curati dall'italiana Wonderlab, attiva da qualche anno nell'ambiente. Chi rammenta l'esplosione di sangue e le trasformazioni eseguite da Sergio Stivaletti nelle due opere più conosciute di Lamberto Bava (Demoni e Demoni 2), resterà ovviamente deluso per la quasi totale assenza di splatter. Tuttavia Ghost Son è ugualmente ben confezionato ed esteticamente gradevole, anche se privato della sua essenza grandguignolesca. Senza dubbio uno dei migliori lavori di Bava junior, se non addirittura il più riuscito, in grado di ben figurare anche tra le multimiliardarie (e spesso effimere) produzioni americane. Peccato solamente per il finale accomodato e qualche momento di involontaria ironia, che sottraggono sicuramente qualcosa al giudizio finale.

 

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