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Frontiers: Ai Confini dell'Inferno [1]

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Frontiers: Ai Confini dell'Inferno [1] 3.00 of 5 1 Vote.
E' a partire da Alta Tensione di Alexandre Aja che il cinema horror Francese ha avuto negli ultimi anni una ventata di aria nuova. Opere caratterizzate da sequenze violente e soggetti prettamente di genere, con ambizioni che non esulano dal mero intrattenimento. Aperta la via da Aja ci sono stati altri titoli, come ad esempio u00c0 L'Intérieur, che hanno sfidato apertamente la sopportazione visiva, solleticando, o meglio pizzicando, le corde più intime della nostra anima. Nemmeno un anno passa da Inside (il titolo per il mercato estero di L'Intérieur) che arriva l'opera di cui parliamo: Frontière(s).

Un luogo, qui siamo sulla frontiera, precisamente tra la Francia e il Lussemburgo, ma di questo parleremo dopo. Il film è brutale, iperviolento, e i Francesi si confermano come padri di una progenie di opere ai limiti che tentano di scioccare, turbare e rimanere ben impresse nelle nostre menti. Il cinema di genere nella terra del roquefort prova a valicare i propri confini con la violenza pura, quasi exploitaition, e non si ferma, All'ultima edizione di Cannes è stato presentato Martyrs, che sembra addirittura andare oltre. Questa tendenza tutta nuova annovera anche dei fans illustri: come non citare Vincent Cassel che nel 2006 ha prodotto uno di questi film, il morboso Sheitan, un delirante e incestuoso affresco in stile Non Aprite Quella Porta.

La storia di Frontière(s) ha un inizio confuso, disordinato: osserviamo dei ragazzi che dopo una rapina fuggono e attorno a loro vi sono sommosse popolari a sfondo politico, una situazione quindi doppiamente tesa che rende il tutto poco chiaro, non aiuta di certo il montaggio che si presenta epilettico, con una fotografia densa dai colori caldi, quasi ammorbanti. Il disorientamento dell'incipit ci abitua al ritmo sempre più sostenuto a cui andremo in contro oltre al farci calare nei panni dei protagonisti.
I ragazzi, all'inizio due e poi gli altri della gang che vi si uniranno, si rifugiano in una piccola pensione sita sulla frontiera Francia-Lussemburgo. Per chi ha familiarità col genere horror non sarà una sorpresa constatare che i padroni della locanda sono dei pazzi sanguinari, con l'optional del neo-nazismo, dediti al cannibalismo, pervertiti e chi più ne ha più ne metta.

I nostri si troveranno ad affrontare quindi una serie di imprevisti per nulla banali. Poco importa che una fanciulla, apparentemente la più fragile, sia la protagonista del film; la violenza a cui assistiamo è indiscriminata e riesce a parificare vittime e carnefici. Ora è il momento di metterlo in chiaro: Frontière(s) non ha certo l'originalità dalla propria parte, ma questo non è un difetto, è una presa di coscienza ed un'ammissione del regista fin dai primi minuti di visione, in cui sembra di essere di fronte a L'Odio di Kassovitz e dopo un pò, passando per deja vu non indifferenti nei confronti di Sheitan, si arriva all'omaggiare-citare lavori come Non Aprite Quella Porta, La Casa dei 1000 Corpi (un omaggio di un omaggio quindi), il già menzionato Alta Tensione, Le Colline hanno gli Occhi, Creep, gli Hostel, La Casa Nera. I continui rimandi filtrati dalla fotografia quasi schizofrenica oltre che iperfrenetica creano un calderone che lascia a bocca aperta e che intrattiene come poche volte accade, ed è questa la forza del film: l'intrattenimento puro e crudo. Non è anche questa una condizione sufficiente perché un'opera raggiunga i propri propositi? Quando è evidente che altro non si voleva proporre l'obiettivo può considerarsi raggiunto. Questo calderone lo si porta ad alte temperature con dosi di violenza quasi insostenibili, poi il tutto rischia di esplodere facendo quindi parlare di sè, facendosi pubblicità per il suo andare oltre, il superare le fragili frontiere dell'indefinito buon gusto.

Sequenze interminabili di pestaggi, torture, uomini trattati come carne da macello, come bestie sudice e laide. Frontière(s) è sporco ma girato con eleganza. Seguiamo i nostri protagonisti che per sopravvivere devono tentare tutto, devono strisciare sotto le feci dei porci, sangue e merda diventano onnipresenti, la brutalità è talmente spudorata da risultare quasi ingenua nella sua primitiva semplicità. Seghe circolari, fucilate, macellazioni umane, il tutto realizzato con ottimi effetti speciali, anche se le scene maggiormente d'effetto saranno quelle dove non si vedrà quasi una goccia di sangue. Una donna presa a calci per un tempo che sembra infinito è la sequenza più forte, disturbante, quella che preannuncia l'escalation dell'escalation dei pochi minuti prima della fine, quando il tutto è divenuto un campo di battaglia dalle caratteristiche quasi post nucleari. Il cinema Francese horror sta bloccando le proprie telecamere sul dolore, sulla sofferenza, si avvicina ad uno stile contemplativo del disturbante a cui solo l'estremo oriente ci aveva abituato con alcune opere Giapponesi che definire estreme è un eufemismo.

Costato all'incirca tre milioni di dollari, una cifra irrisoria per l'ambiente mainstream a cui vorrebbe affacciarsi, porta la firma di Xavier Gens, colui che si occuperà in seguito della trasposizione cinematografica del videogioco Hitman. Gens scrive e dirige un (s)oggetto di svago per adulti di cui è difficile dare un giudizio: il suo lavoro lo fa, diverte e tiene sulle spine, è tutt'altro che un'opera impegnata ma non è nemmeno furba e truffaldina. Tecnicamente è un lungometraggio molto ben realizzato e forse proprio questo lo eleva a un buon prodotto. Il giudizio diventa soggettivo oltre al constatare che è un film duro e crudo che appartiene alla nuova ondata iper violenta Francese. Né più né meno. Che piaccia o meno.

 

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