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Dream Home [1]

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Dream Home [1] 4.00 of 5 1 Vote.
Anno 2007, pochi mesi prima dello scoppio della bolla immobiliare americana e dell'inizio della crisi finanziaria mondiale. Hong Kong è una città immensa: una telecamera fredda e distaccata mostra le facciate degli edifici-alveari in cui vivono le milioni di persone che ne costituiscono l'anima. La casa come rifugio, come l'unico territorio che si sente proprio, come luogo segreto e privato. Dall'esterno appaiono tutte uguali, tutte vicine. L'interno è unico per ogni abitazione, presenta l'impronta di coloro che ci vivono. Il vasto androne di uno dei palazzi è deserto, solo una guardia condominiale sonnecchia al suo posto. Passi felpati, una fascetta di plastica, una musica sommessa: sorpresa, dolore, terrore... poi sangue e morte.

Cheng Lai-sheung (Josie Ho) fa mille lavoretti per mantenersi, salta dal centralino di una banca a un negozio di vestiti d'importazione senza quasi neanche mangiare. è stanca, delusa e insoddisfatta, ma ha un sogno da realizzare: un appartamentino tutto suo, da cui almeno si veda il mare. Quel mare che l'ha accompagnata durante tutta l'infanzia, accanto al padre e al nonno affettuoso. Non è facile però: il finanziamento della banca le copre solo una parte del prezzo, il resto lo deve risparmiare giorno dopo giorno. I proprietari della casa fanno i loro interessi, sono serenamente indifferenti, vendono a prezzi di mercato che salgono man mano che la bolla si gonfia, settimana dopo settimana. Cheng è insofferente, ma quella è la realtà in cui vive: vuole tener duro, deve coronare l'unico sogno della sua fin lì squallida vita. A vederla non si direbbe, ma è una donna decisa. Molto decisa. Soprattutto quando ha a portata di mano la cassetta degli attrezzi del padre...

In anteprima mondiale al Far East Film Festival 2010 di Udine, la più importante rassegna di cinema orientale in Europa, Pang scuote un Teatro Nuovo Giovanni da Udine pieno zeppo (un migliaio di persone) con un film dalle tinte forti, violentissimo in molti punti, sostenuto da un gore di ottimo livello e da una riflessione sul rapporto tra il macromondo dell'economia globale e il micromondo delle aspirazioni e dei desideri individuali. Niente di profondo o di inedito, per carità, ma l'horror troppo spesso abdica a questo suo possibile ruolo: sbattere in faccia le contraddizioni sanguinose della nostra società, che spesso hanno risvolti veramente paurosi. Tre linee temporali si intrecciano in questo film molto ritmato, la cui intensità oscilla da un blando rapporto tra padre e figlia a immagini che sfidano anche i tabù profondi del nostro immaginario: non è facile, per esempio, vedere nel ruolo di vittime donne in gravidanza avanzata. I flashback e il presente non si mescolano, la costruzione è abbastanza chiara e semplice, la tensione dello spettatore sale e scende fin quasi ad assuefarlo: vien da pensare che forse c'è un'oscillazione di troppo. La parte calma del film è interessante, delinea la personalità di Cheng Lai-sheung in maniera credibile, contiene un paio di colpi di scena e di momenti intensi, ma ha soprattutto lo scopo di far da contraltare al dolore e alla morte della parte agitata. Che non lascia scampo e proprio niente all'immaginazione. L'occhio sempre freddo della telecamera mostra tutto nei minimi dettagli: tutto è sistemato per essere notato (noi splatter maniacs diremmo goduto") dallo spettatore. Il livello tecnico del gore è davvero alto, una sapiente miscela di effetti speciali vecchio stile e (poca) computer grafica. Proprio il fatto che sia tutto in video forse limita la forza emotiva delle scene, soprattutto dopo le prime sequenze. Divertono le situazioni talvolta assurde che Pang inventa e mette in scena, e l'impressione è che in alcuni momemti forti il regista giochi e scherzi con lo spettatore, insinuando elementi d'ironia in una mattanza senza scampo. Normalmente il non prendersi troppo sul serio rende il film più piacevole, ma in questo caso forse è fuori luogo: la storia deriva da una situazione sociale rilevante, la critica alla follia del mercato immobiliare non è certo velata, quindi scene alla Brain Dead forse non hanno molto senso. Pang sembra quasi indeciso: vuole mettere in scena il massimo della violenza, ma finisce con l'annacquarlo con l'ironia. Ha paura di spaventare troppo lo spettatore, di svuotarlo e scioccarlo oltre misura? Tutta la pellicola è molto curata, quindi evidentemente ci sono scelte precise e consapevoli dietro, eppure non convincono appieno.

Un buon lavoro, comunque, che inzuppa lo spettatore nel sangue più e più volte, lasciandogli gli elementi per una riflessione di come il nostro equilibrio sia fragile di fronte alle dinamiche incontrollabili della società che contribuiamo a costruire giorno dopo giorno.


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