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Dovevi essere Morta

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Dovevi essere Morta (Deadly Friend). Ovvero: film figli di un dio minore. L'incontro di Craven nel 1986 con una major come la Warner Bros. si rivela un grande shock per il re dell'incubo, costretto a lavorare con direttive e sistematiche che non gli appartengono. Nello stesso periodo c'è anche l'incontro con Bruce Joel Rubin, scrittore e sceneggiatore (in futuro anche regista), affascinato, forse più di Wes, dal mondo del sogno inteso come labile confine tra la vita e la morte e come possibilità estetica di concretizzare sul big screen una dimensione totalizzante e virtuale.

La collaborazione tra i due in qualche modo sembra presupporre faville. Ahinoi, non sarà così. Per la terza volta Craven si appresta a maneggiare materiali che non gli appartengono, ma il libro di Diana Henstell, Friend, un mero shocker intriso di necrofilia, appare in piena consonanza con il mondo spietato e delirante dell'autore de L'Ultima Casa a Sinistra, nonché con le voglie manifestate da Joel Rubin di esplorare altre profondità.
Sarà che il duro romanzo appare un pò troppo splatterpunk, sarà che Wes non ha accanto a sé nessuno dei suoi fidi collaboratori, comunque è certo che si stenta a riconoscere la mano di chi ha da poco firmato il geniale Nightmare: Dal profondo della Notte.
La storia s'incentra sul giovane e acuto Paul, brillante scienziato in erba che ha costruito il robot Bibi, con il quale stupisce, e talvolta snerva, gli abitanti dell'apparente quartiere-modello in cui si è da poco trasferito con la madre (i quartieri americani delineati nel cinema di Craven sono inquietanti anche coi raggi di sole infuocati). L'attenzione del ragazzo viene subito catturata dalla giovane vicina Samantha, una ragazza maltrattata e abusata dal padre alcolizzato. I due fraternizzano e, proprio quando sta sbocciando l'amore, Samantha viene scaraventata dalle scale durante l'ennesimo alterco col genitore. Purtroppo la ragazza subisce una lesione fatale al cervello e, pochi minuti dopo il suo decesso, Paul ne trafuga il corpo, impiantandole il cervello elettronico appartenuto al robot, nel frattempo andato completamente distrutto causa le fucilate di una vicina poco comprensiva dei chips e del progresso tecnologico. E per fortuna che siamo ancora lontani dal postumanesimo. Le conseguenze dell'operazione sono drammatiche: Samantha diviene una sorta di mostro di Frankenstein animato da una vita meccanica, caratterizzata però dal ricordo delle angherie subite. C'è chi viene rosolato nella caldaia sotterranea, chi invece viene decapitato con una pallonata. Non sarà facile abbattere una macchina del terrore in pieno fermento ormonale.
Come accennato, il romanzo Friend si prestava ad una superba realizzazione in pieno stile New Horror. Elementi tipici del mondo craveniano erano ben presenti: il tema gotico della cittadina e del quartiere di facciata dove il buio oltre la siepe nasconde segreti sui quali nessuno vuol mettere il naso; un mostro sociale che testimonia nel suo automatismo deambulante le violenze subite dall'Uomo Nero per eccellenza, il padre; la paura dei morti che ritornano; la corruzione e il degrado del corpo che marcisce, apparentemente animato da una vita non sua; le prime, fatali pulsioni legate contemporaneamente al sesso e alla morte (da ricordare la scena in cui Samantha sbuca dal letto, alla Freddy).
Craven e Joel Rubin fanno sì confluire tutto ciò nel film, ma l'intensità drammaturgica è quella di un asmatico zefiro di tarda primavera. Si potrebbe pensare che la Warner (come è accaduto per la Miramax in Scream 3 e Cursed: Il maleficio) abbia voluto fare un film per tutti (nel 1985 ci troviamo in uno dei ciclici riflussi in cui censura e film strappalacrime rendono vita assai difficile ai registi horror), per cui Craven ha dovuto scegliere certi compromessi, peraltro non perdendo di vista uno dei suoi pallini preferiti, quello dell'intenzionale contaminazione fra i sottogeneri. Ma, stando alle cronache dal set, le cose non stanno così. E' proprio Craven che vuole percorrere nuove strade (siamo ancora lontani dalle note scomposte di La musica del cuore), intraprendere nuove commistioni e dirigersi verso un cinema meno riconoscibile. Così commedia alla John Hughes, cinema tecnofantascientifico alla Corto Circuito, film campus e action tentano fragilmente di convivere all'interno di uno script che in primis ha del tutto tralasciato la pesante vena macabra del testo di riferimento. L'amalgama risulta incoerente, il ritmo non ne giova e alcuni passaggi appaiono onestamente goffi.
La zampa del nostro è certamente visibile. Abbiamo ben tre sequenze incubiche in pieno stile Freddy, la morte del padre di Samantha che è una citazione dell'inferno sotterraneo dello spauracchio di Elm Street, una notte di Halloween che ci ricorda come la famiglia americana sia il vero fulcro del male e l'origine di tutte le tragedie (Michael Myers, non sentirti troppo chiamato in causa!), e l'omicidio della vecchia vicina la cui testa deflagra per un canestro viscerale, che è un piccolo gioiello di nerissimo e ironico splatter. Ma purtroppo è tutto qui. E la profondità del romanzo, laddove la Henstell si attardava sull'orrore alla Valdemar di un corpo che si scomponeva pur essendo ancora tecnicamente vivo, è accantonata in un tipico e preciso disegno accalappia-pubblico, purtroppo nocivo alla riuscita del film e al suo autore.

Le televisioni accese sulla scena, molto tempo prima di Sotto Shock e Scream, programmano comunque film illuminanti, Scandalo al sole e Il giardino delle streghe. Metacinema. Citazioni colte il cui spirito Craven tenterà di affermare nel corso della pellicola (soprattutto Val Lewton, per la diade pulsione sessuale/male che si ritorce), senza però riuscirci.
Forse per questo vuoto pneumatico lasciatoci in eredità dagli anni Ottanta, aspettiamo curiosi l'imminente Teeth, anche se non porterà la firma del regista laureato in filosofia.

 

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