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Death Race [1]

Rating: 3.00/5 (1 Vote)
Death Race [1] 3.00 of 5 1 Vote.
Film allucinante. Un roboante incubo che travolge lo spettatore, senza alcuna remora o esitazione.

Jensen Ames (un poco espressivo Jason Statham, ma ben calato e credibile nella parte) è un ex-pilota di Nascar che ha messo la testa a posto e lavora onestamente in una ardente acciaieria, in un periodo economicamente molto difficile per gli Stati Uniti: la crisi avanza, le casse della federazione sono vuote e persino le carceri ormai sono gestite da aziende private, che mettono in campo le idee più fantasiose per estrarre denaro dalla detenzione dei criminali. La disoccupazione in aumento travolge anche Ames, che viene licenziato e non può che tornare amareggiato a casa, dalla moglie e dalla neonata figlia, le uniche che gli danno la forza per andare avanti e non arrendersi.
Ma avviene l'imprevisto: la famiglia viene aggredita in casa e Ames si sveglia dopo essere stato tramortito, con in mano un coltello insanguinato e accanto il cadavere della moglie...insieme a due poliziotti con le armi spianate.

Terminal Island è la prigione più famosa nel mondo: è retta e gestita da una donna glaciale (quanto è brava Joan Allen in questo ruolo assolutamente inedito per lei!) che ha ideato un meraviglioso sistema per far soldi. Un reality show, in cui i partecipanti sono alcuni detenuti, il premio la scarcerazione definitiva, la prova da superare una tre-giorni di gare automobilistiche...senza alcuna regola.

Chi ha avuto dimestichezza con il videogioco Carmageddon e affini (e naturalmente chi ha visto il film originale, che ha ispirato questo remake e lo stesso gioco del 1997), sa bene di cosa si sta parlando: macchine ultra corazzate e armate come navi da guerra, pista in stile post-industriale e post-apocalittico, bonus attivabili lungo il percorso, criminali e maniaci della peggior specie come piloti...il tutto in un lussuoso e attrezzatissimo pacchetto pay-per-view, in streaming mondiale su una internet affamata di sangue e spettacolo.

Per quale motivo un innocente Ames finisce in un covo di folli come Terminal Island e cosa ha a che fare la Death Race con la sua tragica disavventura? Cosa si nasconde dietro la maschera del defunto Frankenstein, nuovo gladiatore dell'era buia del digitale? Cosa frulla dietro il viso pallido e deciso della direttrice Hennessey, che ha sposato la causa di soddisfare i più bassi bisogni voyeuristici del popolo dei navigatori virtuali? Le risposte a queste domande si troveranno in fondo alla strada che più ci piace percorrere...quella per l'Inferno.

è un film che lascia un pò perplessi e un pò (tanto) esaltati, questo remake di Death Race 2000 di Paul Bartel, prodotto nel 1975 da Roger Corman (che in questa pellicola è il produttore esecutivo). Paul Andersen è un regista in gamba, con una capacità visionaria di tutto rispetto: non ha certo tirato fuori dal cilindro dei capolavori, ma gli vanno innegabilmente attribuiti tutti quegli elementi positivi di film come Mortal Kombat, Punto di non ritorno, Resident Evil, Alien vs. Predator. E in questo nuovo Death Race (di)mostra come si può spingere lo spettatore in mezzo ad una folle corsa di auto, facendogliela gustare in ogni particolare dal punto di vista della pallina di un post-moderno flipper. Le auto sono assurde, sporche, ammaccate, sbattono e si colpiscono in urti paurosi, saltano, rotolano, carambolano e driftano, corrono a velocità pazzesche, vomitano proiettili anticarro e fumano, annientano umanità e raziocino: paradossalmente l'Uomo, in simbiosi con la Macchina, torna Animale.
Ed è questo il cuore del film: la Corsa della Morte. C'è la trama, ci sono i personaggi (non tutti riusciti, qualcuno strepitoso), c'è qualche dialogo anche non banale, ci sono le trovate coatte alla Vin Diesel, ci sono elementi irrealistici, ci sono belle donne, c'è persino il lieto fine...ma sparisce tutto di fronte all'allucinante fabbrica di carne e soldi della Hennessey.

Niente viene risparmiato dalla Grande Corsa: le lamiere urlano e stridono, la pelle si consuma nel fuoco, le ossa si frantumano contro il cemento immobile, il sangue scorre su superfici per loro natura inanimate, persino la follia omicida di questi novelli gladiatori viene travolta da centinaia di cavalli-vapore e migliaia di chili di metallo contorto. Tra una cambiata e una accelerata, si viene colpiti allo stomaco e alla mente, gli occhi faticano a seguire le immagini e la ragione a comprendere i visi di chi sta combattendo...e morendo...per nulla. Questo lascia perplessi: non c'è alcun movente, la violenza è assolutamente gratuita. Ciò che rende la Death Race lucrosa è un puro e malato voyeurismo, non ha alcun altro interesse. Ci sono pochissime e insensate regole, queste non vengono rispettate né dai piloti né dagli organizzatori dell'evento: il Caso, il Caos e la Dinamica degli urti la fanno da padroni incontrastati. Ma non ha senso: un gioco è interessante se permette a uomini di mettere in campo strategie per risolvere problemi circoscritti da vincoli, altrimenti può accadere di tutto...e non può essere divertente o appassionante...oppure sì?

Questo è un film faticoso che mette alla prova vista e udito e, se si vuol vederlo, necessita di ampio schermo e casse di qualità al massimo (leggi cinema). La musica è uno dei massimi punti di forza, pezzi metal ed elettronici trascinanti e strazianti, che sottolineano ed esaltano il tripudio di pazzia che avviene sotto gli occhi.
Tutto il resto, cioè la metà del film che non si svolge direttamente sulla pista, è onesto, discretamente recitato, non originalissimo perché inquadrato in pieno nell'immaginario collettivo delle carceri americane. Oltre al fisico di Jason Statham (Fantasmi su Marte, The One, The Italian Job) e alla più che apprezzabile Joan Allen (Face/Off, The Bourn Supremacy / Ultimatum), si trova con piacere il tatuatissimo Robert LaSardo (più che altro conosciuto dai consumatori dei serial tv americani, in cui è apparso praticamente ovunque), l'agile Robin Shou, che ha donato viso e fisico al Liu Kang di Mortal Kombat, e tanti altri volti, tanto sconosciuti quanto già visti mille volte.

Se a questo punto non avete ancora capito se vale la pena vedere questo oppure no...non lo so nemmeno io. Le sequenze della corsa sono trascinanti, gli effetti speciali ben realizzati, ma la violenza arriva a dare quasi fastidio, più che per la forza delle immagini (che comunque ci sono ed esplicite) o per il peso psicologico che ha (nullo), per la sua totale gratuità. Si ha la netta sensazione che alcuni eventi si realizzino, senza che ce ne sia bisogno o abbia senso che accadano, solo per smembrare qualche pezzo di carne. Ogni tanto emerge la finzione e si vedono forzature che lasciano appunto perplessi. E non c'è un benché minimo abbozzo di autoironia che mitighi questa sensazione.

Top Gore: vi siete mai chiesti cosa succede ad un uomo fermo in piedi, investito in pieno da una auto in testacoda controllato?

 

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