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Combat Shock

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Combat Shock 3.00 of 5 1 Vote.
Insieme all'assassinio di JFK, la sconfitta in Vietnam è uno dei grandi traumi irrisolti dell'inconscio collettivo statunitense. Non stupisce, quindi, che il cinema a stelle e strisce ne abbia fatto la premessa di alcuni racconti specificamente orrorifici: come affermano Cronenberg e Carpenter nel documentario American Nightmare (2000), i film di genere horror sono lo specchio fedele delle ansie di una società e vanno perciò analizzati alla ricerca di significati sintomatici. In soldoni: non è tanto il sangue in sé a fare paura, quanto l'idea, per esempio, che esso possa veicolare un contagio (Rabid e La cosa). Ciò che personalmente trovo straordinario, è il modo in cui alcuni registi americani di genere riescano a parlare di problematiche legate all'attualità evitando didatticismi stile Public Service Announcement. Pensate a Romero, il più militant tra gli horror movie directors: davanti a complessi manifesti ideologici come La notte dei morti viventi (1968) e Zombi (1978), il fruitore è liberissimo di godersi lo spettacolo a grado zero, la storia e - perchè no? - gli effettacci, la bassa macelleria tipica del cosiddetto New Horror.E' in quest'ottica di entertainment come messaggio cifrato che tre horror made in U.S.A. - Combat Shock (1986), Horror in Bowery Street [a.k.a. Street Trash] (1987) e Allucinazione perversa (1990) - si occupano dell'America post Vietnam. A proposito di rimozione del trauma, va innanzitutto sottolineato come nelle pellicole sopracitate la guerra venga mostrata esclusivamente in sogno, essendo il sonno un'attività psichica caratterizzata dal riemergere di tensioni normalmente relegate nell'inconscio. In particolare, sin dal titolo Combat Shock ci parla di una pace raggiunta solo sui libri di Storia: se l'evento traumatico viene messo in soffitta e ignorato, esso non potrà essere superato e continuerà a infestare il presente del protagonista (vedi l'italianissimo Apocalypse Domani, action movie de paura che ha sicuramente influenzato l'esordiente Buddy Giovinazzo).Ovviamente nel film del regista newyorkese classe 1957 non c'è una scena in cui un uomo col camice bianco spiega cosa sono nevrosi post-traumatica e coazione a ripetere. La macchina da presa si limita a pedinare Frankie, un reduce disoccupato con famiglia a carico che, sconvolto dai ricordi di guerra e dallo squallore della propria esistenza, impazzisce. Questa è l'arida sinossi della trama. Ma il figlio del protagonista, grottescamente deformato da una sostanza chimica sperimentata sul padre durante il servizio militare, non è forse la metafora di una colpa indelebile degli Stati Uniti, un marchio d'infamia quasi biblico, che si trasmette di generazione in generazione?
Non voglio correre il rischio di sovra-interpretare e mi fermo qui con le simbologie.Il punto è che, come in ogni horror che si rispetti, in Combat Shock non si tratta di proporre soluzioni e risanare le laceranti contraddizioni del presente (per questo, al limite, ci sono le mistificazioni di Rambo e del war movie in generale): il vero obiettivo è dare un corpo, una forma audiovisiva all'incubo, riuscire a intrappolare nel frame ciò che - guarda caso in un altro film sul Vietnam - viene definito L'Orrore (J. Conrad). Si consideri, allora, l'ossessivo refrain musicale della pellicola: in sé il motivetto è assolutamente ridicolo e ricorda (a mio avviso in maniera del tutto consapevole) le colonne sonore della pornografia statunitense anni '70. Scegliendo però di abbinarlo, per contrasto, a una desolante proliferazione di tempi morti, il regista riesce a farne una inquietante esplicitazione sonora del malessere che esploderà nella memorabile impennata gore finale.Curiosità: La colonna sonora di Combat Shock è stata composta dal fratello di Buddy Giovinazzo, Ricky, che è anche il protagonista del film. Recentemente Ricky Giovinazzo ha lavorato al Music Department di Inception (2010).

 

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