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Cell Count

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Cell Count 2.00 of 5 1 Vote.

Russell Carpenter (Robert McKeehen) è un marito disperato, a causa di una malattia incurabile sua moglie Sadie (Haley Talbot) sta morendo in ospedale. Victor Brandt (Christopher Toyne), un misterioso medico con uno strano accento, propone ai coniugi un metodo di cura alternativo presso un centro sperimentale (USNSF # 31).

Il governo degli Stati Uniti pagherà ogni spesa - tramite un fondo nazionale - perché è in cerca di candidati/cavie sia malati che sani. Per rassicurare i coniugi il dottore, mostrando una lunga cicatrice sul suo petto, li informa che egli stesso è stato curato con lo questo metodo. Russell e Sadie si recano in elicottero presso questo centro medico, ritrovandosi in un luogo asettico che ricorda molto da vicino una prigione ultramoderna e nella quale vi sono altri sei pazienti. Ma la cura, di cui non vi posso svelare nulla, risulterà più pericolosa della malattia stessa (mai citata nel film).

Lo sceneggiatore/regista Todd E. Freeman con Cell Count prova la carta “cronenberghiana” della contaminazione tra sci-fi e body-horror, ma non tutto riesce a regola d’arte.

L’impatto del film è davvero interessante, sia nelle premesse create dalla sceneggiatura che nella messa in scena. Sulle prime sembra che venga nascosto bene il budget limitato. Ho trovato interessante l’idea di una clinica supertecnologica che, in alcuni aspetti, sembra gestita da una sorta di HAL 9000 (“il cervello elettronico” di Odissea nello Spazio di Kubrick). Il senso di claustrofobia diventa così il vero protagonista dell’inizio insieme alle diverse reazioni psicologiche e ai numerosi dubbi che assillano i pazienti in quarantena forzata. Ma l’entusiasmo sfuma unitamente al ritmo soporifero e ai dialoghi prolissi dei primi quaranta minuti.

Il film riprende quota con un’improvvisa scena splatter, fragorosa e violentissima. Ma è solo un fuoco di paglia. La computer grafica, usata male, inizia a invadere il lavoro di Freeman. Poi c’è la mono-espressività di Robert McKeehen che di certo non aiuta né la storia né il suo personaggio, il quale dovrebbe apparire come il classico eroe, mentre la Talbot nel ruolo di Sadie è decisamente più nella parte. La seconda metà di Cell è tutto un turbinio di indecisioni e confusione, inframezzata da qualche buona trovata scenica-splatter. Si giunge in questo modo ad un finale concitato ma anche frettoloso e pieno di punti interrogativi, risultando alla fine confusionario (ma forse è solo di preparazione ad un sequel infestato da mostri infetti). Buona la colonna sonora. Alla fine il film non soddisfa le aspettative restando in un limbo fatto di mediocrità. Vederlo tutto d’un fiato sarà dura.

 

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