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Calvaire

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Calvaire 4.00 of 5 1 Vote.
Evidentemente è destino che, a cadenza ciclica, il cinema di genere rinverdisca in qualità e pecunia le produzioni dei vari paesi europei. Nei '70 e '80 era toccato all'Italia vedere il suo periodo d'oro, che purtroppo nel tempo si è sempre più inesorabilmente offuscato. Poi è stata la volta della Spagna, che nei '90 ha dimostrato una discreta vivacità nelle produzioni di cinema horror. Oggi, a fianco dell'inaspettato successo di Night Watch, che ha creato una possibile nuova corrente dell'horror sovietico, troviamo sempre più prepotente l'avanzata francese. Proprio la Francia, infatti, che si è fatta spesso portabandiera di un tipo di cinema d'elite e decisamente snob nei confronti di alcuni generi etichettati ingiustamente come di 'Serie B', è stata autrice di veri e propri exploit assolutamente degni di nota, che hanno fatto la felicità di moltissimi appassionati di pellicole dell'orrore.
Dopo il 'caso' Alta Tensione, che ha permesso ad Alexandre Aja (il regista della pellicola), di guadagnarsi un posto di rilievo ad Hollywood, i cugini d'oltralpe ci regalano un prodotto folle e agghiacciante come rarissimamente ne vedevamo. Calvaire è l'opera prima di Fabrice Du Weltz, giovane autore belga il cui talento speriamo possa in futuro rapportarsi ai fasti dei primi Haneke e Ozon, grazie ad un tocco autoriale non comune. Il Calvario del titolo è quello a cui verrà sottoposto il giovane cantante Marc Stevens, artista squattrinato che si guadagna da vivere esibendosi negli ospizi. L'orologio della sua vita si fermerà quando, nella maniera più classica, la sua vettura si bloccherà sotto la pioggia e dovrà trovare rifugio in una locanda nel bosco. E sono proprio i classici come Dracula di Browning che vengono citati apertamente, soprattutto nella prima fase del film. Il 'servitore' ritardato Boris, alla disperata ricerca della cagnolina Bella (ma anche Bela ci stava bene), non è certo lì per caso. Come non lo è la figura chiave del film, Monsieur Bartel, magistralmente indossato da Jackie Berroyer, il personaggio che incarna la follia più totale.
Il desiderio di riappropriarsi di un amore strappato così traumaticamente, porta il triste locandiere Bartel, così beffardamente perso in un passato da umorista, ad abbandonare la realtà e a vedere nel giovane artista la moglie Gloria. Nonostante si possa ricercare la matrice di Calvaire in film come i soliti Non Aprite Quella Porta, Deliverance o Le Colline Hanno gli Occhi, per via di una trasposizione del tema della comunità di selvaggi pronti alle peggio efferratezze dai boschi statunitensi a quelli francesi, è l'evidente tocco d'autore europeo di Du Weltz che fa la differenza. Quello che disturba non è una eccessiva violenza di immagini, che è quasi assente. La chiave di Calvaire è la follia. Una insanità mentale tanto tangibile e plausibile quanto terrificante, perchè assoluta. E con maestria ci viene mostrata prima a noi che al protagonista, saturando il senso del pericolo a livelli spesso asfissianti, annientando emotivamente quando si appura che lì, in quelle terre nascoste dal bosco, sono tutti completamente pazzi. La vicenda lascia quanto più atterriti perchè così maledettamente umana e disperata nella sua analisi della pazzia, che spesso la solitudine genera.

A questo si aggiunga una fotografia opaca e quasi espressionista che rende i boschi del Belgio come la più inquietante delle location. Un piccolo gioiello da recuperare assolutamente, soprattutto in vista di un futuro più che promettente per questo regista.

 

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