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Arrivederci amore ciao

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Dopo 12 anni Michele Soavi torna al cinema. Dopo essersi fatto le ossa come seconda unità di Dario Argento (che rimane tutt'oggi nel suo dna di regista), Lamberto Bava (a cui regalò le scene migliori di Demoni) e soprattutto l'iperbolico ex Monty Python Terry Gilliam (Le Avventure del Barone di Munchausen e I Fratelli Grimm). Dopo aver esordito al vetriolo con Deliria, due buoni lavori come La Chiesa e La Setta e dopo Dellamorte Dellamore, incarnazione di un romanzo di Tiziano Sclavi ed erroneamente distribuito come traspozione del fumetto dello stesso autore, Dylan Dog (prima della fuga di notizie su Dead of Night).
Dopo i successi de La Uno Bianca, due serie di Ultimo (fortunato serial con Raoul Bova) e L'Ultima Pallottola, che avevano già portato sul piccolo schermo italiano la cronaca nera vista con un occhio registico totalmente inedito per la norma del Belpaese. Dopo tutto Michele Soavi ritorna alla grande.

Perchè il suo cammino di autore attraversa un variopinto corridoio di paura fatto di horror, thriller, poliziesco, action fino a raggiungere il noir. E lo fa con maturità e consapevolezza sul soggetto del più abusato degli scrittoriitaliani: Massimo Carlotto. Il suo romanzo, il cui titolo riprende un verso di Insieme a Te Non Ci Sto Più di Caterina Caselli (che nei titoli di coda recita una versione unplugged del pezzo), ripercorre l'eterna fuga dalla dannazione del proprio destino di Giorgio Pellegrini, ex brigatista rosso che precipita sempre più nel gorgo della consapevolezza che dietro la sua maschera di perbenismo c'è un sociopatico senza rimorso. E dalla carta, Arrivederci Amore, ciao diventa una elegante pellicola in gessato, che si aggira come una mosca bianca tra il quasi piatto panorama italiano come una pecora nera, un figlio non voluto così come il suo protagonista è un disgustoso e patetico esempio di come si può cadere umanamente in basso per sopravvivere in questa valle di lacrime.

Tralasciano alcune pecche narrative di Soavi, qui abbiamo un cinema di razza che i palinsesti si sognano. Una regia volutamente quasi volgare per la continua ricerca del virtuosismo registico. Quello che l'osannato Romanzo Criminale aspirava ad essere e non era proprio perchè pulito, poco marcio e troppo Scamarcio.

A tal proposito, interessante carattere di Michele Placido che, riproducendosi nel folle Gianmaria Volontè de Un Cittadino al di Sopra di Ogni Sospetto, dà una prova che aggiunge colore al film.
E ancora le fantastiche scene d'azione (avrebbero fatto la felicità di un DiLeo), le mille riprese alla Argento e il finale che innegabilmente grida a Mario Bava.
Perchè Soavi cita, ma con una perizia che ricorda con fierezza quello che fu il cinema di genere italiano e razionalizza le lacune e le necessità della nostra produzione. Osando ciò che stoltamente quasi nessuno osa. Qui Soavi va oltre. Immaginiamo la fila di invidiosi nei confronti di Alessio Boni (già in un paio di Marco Tullio Giordana) per una parte come quella dell'essere senza anima, Giorgio Pellegrini, personaggio completamente oscuro e cinico come non se ne vedono da tempo nei film made in Italy.

Soavi fa del male e del bene al cinema italiano. Del male perchè lo rende consapevole della sua nullità. Del bene perchè crea un precedente di questi tempi, creando la consapevolezza che chi non supporta il cinema di genere italiano ne decreta la morte completa.

 

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