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A Snake of June

Rating: 2.00/5 (1 Vote)
A Snake of June 2.00 of 5 1 Vote.
Tsukamoto è un regista che non ho mai particolarmente apprezzato. I temi che affronta e più di tutto il suo modo di affrontarli non possono non ricordare l'approccio cronenberghiano alla pellicola. Anche Cronenberg non è certo tra i miei registi preferiti, eppure, quando fa film che hanno un 'come' diverso dal suo solito stile (ad esempio Inseparabili o A History of Violence), non posso non apprezzare e non rimanere affascinato da quello che gira. Ma il talento, grandioso e indiscutibile, di Cronenberg non sono mai riuscito a ritrovarlo nei film del giapponese. Partendo dal suo titolo più noto (Tetsuo) fino alle pellicole meno conosciute, non ho mai apprezzato il lavoro di Tsukamoto.
Snake of June è, a mio parere, il suo film migliore. Un'opera matura, coinvolgente, girata magnificamente. Un film viscerale, intenso. Eppure non mi sento di definirlo un grande film. Rinko è sposata con un uomo ossessionato dall'igiene. Ormai il loro rapporto coniugale è solo un freddo e sterile scambio di opinioni sull'economia casalinga. Un giorno riceve, via posta, delle foto compromettenti che la ritraggono mentre si masturba. L'anonimo tizio che le invia il pacco comincia a ricattarla. Quello che si appresta a fare la bella Rinko è un viaggio catartico verso la parte più intima e segreta di se stessa. Il sesso (ruolo che aveva ricoperto la violenza in altri film del regista) come riscoperta della propria individualità, in un mondo che sempre più tende a schiacciare e comprimere il singolo. Il cancro, quello reale, come somatizzazione dello squilibrio interno, del conflitto interiore tra l'essenza pura, il freudiano Es e il super-ego, la cifra di norme e regole che la società e il nostro ruolo all'interno di essa ci impongono. Ben presto Rinko scoprirà che il suo ricattatore (interpretato dallo stesso Tsukamoto) è la persona che l'aiuterà a venire fuori dal suo insopportabile, doloroso stato precedente di chiusura e privazione. Non a caso Tsukamoto interpreta questo ruolo: egli si fa portavoce del ruolo dell'Arte, unica via attraverso la quale liberarsi da convenzioni e impedimenti rivelando a tutti, ma soprattutto a noi stessi, la nostra vera essenza. Detto questo, è bene chiarire che la prima parte del film è assolutamente perfetta. Ritmo incalzante, enfasi, prove attoriali da urlo. Il problema sorge quando Tsukamoto comincia ad infarcire la pellicola dei suoi soliti simbolismi, quando il regista si crogiola nel suo personalissimo gusto dell'assurdo. La grandiosità della prima parte viene a mancare e le scene surreali, anche a causa di un montaggio come al solito schizzato, non riescono a restituire quella freschezza e genuinità che così bene si era raggiunta prima con l'immediatezza del reale. Il finale, per fortuna, risolleva di nuovo le sorti del film. Le bellissime tonalità di blu della fotografia si amalgamano alla perfezione con la metropoli costantemente sotto la pioggia dei tipici temporali giapponesi di giugno e con l'asetticità degli ambienti interni della casa dei due coniugi. In definitiva, un film veramente dalle grandi, grandissime potenzialità, minato, in modo troppo marcato, dalle scelte stilistiche (discutibili) di Tsukamoto.

 

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