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13 Assassini [2]

Rating: 3.00/5 (1 Vote)
13 Assassini [2] 3.00 of 5 1 Vote.
Ormai aspirato dalle maglie del cinema mainstream, Takashi Miike lotta con calci e pugni per mantenere inalterata la sua particolare impronta registica, sviluppando attraverso budget sostanziosi il suo discorso postmodernista. Sforzo questo che si trasmette, non senza difficoltà, attraverso le immagini di questo 13 Assassini, sorta di remake-quasi-kolossal ambientato nel giappone del feudalesimo. Il risultato, come era prevedibile, sembra essere discontinuo, pregno di alti e bassi, con momenti di grande cinema quali ad esempio il crudele e disturbante inizio, dove il primo harakiri è un pugno allo stomaco pur non mostrando nulla all'occhio, basta solo il rumore degli intestini eviscerati per rendere insostenibili i primi cinque minuti.La situazione peggiora (in senso buono) quando ci vengono raccontate le nefandezze del perfido Naritsugu Matsudaira, viziato signorino che ha la prerogativa di trattare i suoi servi come carne da macello. Ed è proprio nella figura di Naritsugu che ritroviamo il Miike dei tempi migliori, quello che non esita a infilzare a colpi di freccia una bambina, a tagliare mani, piedi e lingua ad una donna e a mostrarcela in tutto il suo orrore dettagliato. Ma dopo una prima mezz'ora di questo trend, il regista sembra quasi dirci Ok! Questo ero io una volta, adesso vi faccio vedere come sono diventato.... Ecco quindi che la parte centrale, quella dove Shinzaemon Shimada raduna la sua squadra di samurai assassini con cui progetta l'agguato e l'uccisione di Naritsugu, diventa più tranquilla, quasi autoriale, contribuendo a smorzare i ritmi.A questo punto Miike, però, non può distruggere così il suo mito, e quindi si passa, nella seconda parte, all'estremismo totale dove una banda di 12 samurai (più uno sbandato raccolto nei boschi) massacra uno ad uno più di duecento soldati, ingabbiandoli in un paesino trasformato in trappola per orsi e colpendoli con tutte le armi disponibili. L'ultima mezz'ora è in grando di fondere completamente il padiglione uditivo dello spettatore solo grazie al costante suono delle spade che si incrociano, delle urla dei samurai e del rumore dei corpi sventrati. Miike alterna campi lunghi e primi piani concedendosi anche inquadrature sperimentali come la soggettiva di un samurai che osserva il compagno combattere con la testa riversa di lato. Se da un lato l'eccesso si trasforma in noia, dall'altro si prova un piacere intenso nel godersi questo strano ibrido da cinema epico ed exploitation orientale, dove il cinema delle arti marziali stile anni settanta incontra l'autorialità di un maestro in bilico, ancora in cerca di una strada da seguire.

 

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