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31 di Rob Zombie - Recensione Film

Rating: 3.00/5 (1 Vote)
31 di Rob Zombie - Recensione Film 3.00 of 5 1 Vote.

Avevamo lasciato Rob Zombie a Salem, in quel sabba infernale dove la sua anima di artista dai mille volti era reclamata in egual misura del demone del Cinema e da quello della Musica. Nella stessa occasione avevamo anche lasciato un regista alle prese con il day-after della sua opera più ambiziosa e sincretica, un'inaspettata fuga verso il cinema d'autore che oltre a bruciare molte tappe incoronava Zombie come nome di punta dell'horror contemporaneo.

Forse ascoltando l'istinto del musicista e forse cercando una via di fuga da quel ruolo poco gradito, Zombie ha architettato la propria rinascita seguendo le regole non scritte dei ritorni discografici: una pausa di riflessione lunga tre anni e il riaffacciarsi sulle scene con un'opera minimale che lo riporta alle origini... ma quali possono essere le origini di un metallaro che ha iniziato a fare il regista quasi per sfizio, a quarant'anni suonati?

31 si apre con una scena che è una dichiarazione di intenti: spietata e malsana, una secchiata di acqua gelida e lurida gettata in faccia a chi è ancora assopito nel sogno art-house del precedente lavoro. Pochi minuti per introdurre il tono del film e presentare il villain Doom Head, senza dubbio uno dei personaggi più carismatici ed incisivi della galleria di figure create dal regista. Un colpo ben assestato che però fa venire presto il dubbio di un certo tatticismo da parte di Zombie, che piazza la scena più antiestetica del film in apertura, per poi adagiarsi su una sporcizia visiva decisamente più razionalizzata, addirittura non priva di raffinatezze in alcuni momenti.

La storia stessa di 31 sembra più un pretesto per mettere assieme idee diverse sperando di trovare una coerenza di fondo nello stile sporco e brutale: dall'irrinunciabile incipit settantiano (un gruppo di underdog che vagano per l'America rurale a bordo di un Minivan) si scivola presto in una situazione più tipicamente anni Ottanta, con i protagonisti rapiti e gettati loro malgrado in uno spietato gioco gladiatorio che ricorda tanto il cult The Running Man di Paul Glaser, al netto di ogni componente distopica e di critica massmediatica. 

Costruendo con pochi sforzi questo contesto Zombie ha gioco facile per attingere a piene mani a quell'immaginario creato negli anni e recuperare idee di seconda mano, ma tutto sommato ancora efficaci. Assistiamo così all'ennesimo carnevale macabro robzombesco a base di freak assassini: nani nazisti, clown sanguinari, ricconi travestiti e, soprattutto, persone comuni trasfigurate in carnefici dall'istinto di sopravvivenza. Non mancano le efferatezze, anzi si trovano dietro ogni angolo, ma per la maggior parte del tempo, e la prima volta in un film del regista, non si percepisce un senso di questa violenza che non sia meramente ludico.

Con stupefacente linearità 31 conclude il suo percorso senza assestare colpi che ricorderemo sul medio termine, e si chiude con una scena bellissima ma furba quanto l'introduzione: riportandoci sulle polverose strade di The Devil's Rejects Zombie ci offre uno spunto per rivedere il senso dell'opera e forse rivalutarla. Ritornando alle metafore discografiche, viene la tentazione di spiegare questo 31 come la classica raccolta di home recording ed outtake assemblata in maniera da passare per disco nuovo: tante idee già viste, degli scarti che era meglio tenere nei cassetti, qualche gioiello di indubbio valore e sullo sfondo una faccia sorridente che ci inquieta non poco. 

Non si tratta della faccia di Doom Head, che non vediamo l'ora di rivedere in azione, ma di quella di Rob Zombie, uscito dalla crisalide in cui si era infilato a Salem in una forma inattesa: più furbo che efferato, più attento alla maschera che al volto che nasconde, più interessato alla confezione che ai mille particolari che ogni buon demiurgo dissemina nei mondi che crea.

 

Tags: Rob Zombie

 

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