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Tulpa - Perdizioni Mortali [3]

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Tulpa - Perdizioni Mortali [3] 3.00 of 5 1 Vote.

Lo devi amare questo tipo di Giallo per volerti avvicinare ad esso. Lo devi avere in un angolo del tuo cuore, quello dedicato alla passione per tutto ciò che non è necessario, ma senza il quale non saresti ciò che sei, per decidere di realizzarne uno.

Devi essere stato un bambino, uno di quelli che negli anni settanta e ottanta nei lunghi pomeriggi miracolosamente privi di troppi impegni, con la televisione che proponeva solo pochi canali che trasmettevano film di misera levatura (secondo gli standard dell'epoca, sia chiaro), alternavano momenti di studio a quelli di gioco e alla visione di quelle perle ripetute continuamente senza apparente posa.Allora potevi vedere film su Godzilla, sulle arti marziali, i poliziotteschi, le commedie con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, e anche gli spaghetti western e le commedie pecorecce che allora i più grandi chiamavamo film da caserma.

E i Gialli italiani. I thriller all'italiana, come li chiamano sin da allora.Se il tuo profilo rientra in questi margini, allora sai di cosa sto parlando.Federico Zampaglione, a quanto pare, ci si avvicina molto.Tulpa - Perdizioni Mortali è un sentito omaggio a quel cinema che ha intrattenuto noi ragazzacci di quegli anni in cui la televisione era povera di tutto, tranne che della qualità, e che ha fatto innamorare gli altri paesi di questo nuovo prodotto nostrano tanto imitato quanto mai eguagliato. Lo si percepisce in tutta la pellicola. Nella continua ricerca dell'estetica dell'omicidio (qui c'è una delle principali differenze tra i nostri thriller e quelli degli altri paesi) e nella sua estrosità, mostrato fino alla sua conclusione, a dispetto della rappresentazione nuda e cruda della violenza in scene che sfumano fino ad interrompersi, quasi che per pudore si vergognassero di se stesse.

Nella figura dell'assassino inguainato in un impermeabile scuro, guanti di pelle e cappellaccio a celarne il volto, una delle icone più riuscite ed esportate (e qui, se volete, associatevi a me nel ringraziare quei geniacci del calibro di Mario Bava e Dario Argento, per citarne solo un paio, per averci turbato e tolto il sonno con questo perfetto e credibile Babau), reinterpretata e mai superata.Nella perversione, tanto affascinante quanto malata, che pervade tutta la pellicola, ed è la vera anima del film, che trasuda dalla normalità di un quadro di personaggi perlopiù impegnati in una vita apparentemente normale, per quanto segnata da una feroce competitività.

Nella firma di Dardano Sacchetti sul soggetto. Grande vecchio leone dagli artigli ancora ben affilati.Federico Zampaglione ci propone una pellicola piena di violenza ed eleganza, dove sesso, morte, arrivismo e suggestioni buddiste si mescolano in un unico scenario e cambiano natura. Il Tulpa del titolo, che è uno stato di elevazione spirituale scevro da implicazioni morali e sociali, qui diventa una sorta di liberazione delle sovrastrutture formali che fa precipitare la protagonista, attraverso l'uso mal indirizzato di discipline meditative, in una ricerca di orgiastico piacere. Particolarmente felice la colonna sonora, il Curriculum Vitae di Zampaglione qui gli viene in aiuto, che sottolinea con grande efficacia e puntualità i momenti del film, soprattutto quelli più tesi (le musiche sono state realizzate da Andrea Moscianese, Francesco Zampaglione e lo stesso Federico).

La recitazione risente un poco dell'assenza di una maggiore personalità dei personaggi. Le caratterizzazioni sono funzionali, ma minimamente descritte e questo mette a dura prova i bravi interpreti, una su tutti la sempre brava Claudia Gerini. Dove proprio il film non funziona, bisogna ammetterlo, è nella sceneggiatura. Mancano quasi del tutto i fondamentali della tradizione del Giallo. Non ci sono indizi, ne rimandi. Le iniziative della protagonista che nell'intento degli autori doveva improvvisarsi detective sono minime e alle soluzioni a cui giunge ci arriva in maniera quasi del tutto fortuita.Si arriva al finale quasi per forza di gravità, per il fatto che bisogna chiudere e la direzione che si sceglie di prendere è quella più ovvia.Piuttosto che alla struttura del Giallo si preferisce porre maggior attenzione al viaggio all'interno della natura ancestrale della protagonista e la degenerazione (o elevazione, ti viene da chiederti alla fine) che ne consegue.Purtroppo anche a questo lavoro, come la maggior parte delle produzioni degli ultimi anni, manca lo stimolo alla ricerca, la sollecitazione a capire qual è la strada intrapresa.

La sfida ad anticipare la soluzione, tipica del fascino del Giallo. Sembra quasi che al pubblico si proponga sempre più spesso di non pensarci troppo a quello che vede o a quello che legge. Questo film, però, è un dono. Un vero atto di amore verso un genere importante che, per quanto declassato all'anacronismo, non smette mai di affascinare ed interessare. Realizzare oggi un thriller di questo tipo è l'unico possibile modo di consacrare un genere che ci appartiene e a cui non vorremo mai smettere di rivolgerci.Lo devi amare il Giallo per volerlo fare. Federico Zampaglione, nonostante tutto ciò che ne possiamo dire, lo fa.

E almeno da parte mia, riceve pure sentita gratitudine.

 

 

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