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Le Streghe di Salem

Rating: 4.00/5 (1 Vote)
Le Streghe di Salem 4.00 of 5 1 Vote.

Il cinema di Rob Zombie è cinema di altri tempi, realizzato attraverso gli occhi di qualcuno che l’horror lo ama davvero, come hanno dimostrato le sue migliori opere, partendo da La Casa dei 1000 Corpi fino allo splendido omaggio carpenteriano di Halloween – The Beginning.

 

Partendo da questi presupposti era inevitabile che prima o poi il buon Rob ci provasse a realizzare un connubio tra cinema horror e cinema d’autore, un risultato ottenuto da quest’ultima fatica del regista/rocker che qui affronta una prova difficile, ambiziosa e unica nella sua cinematografia, ma l’affronta con passione, quasi con fanciullesca ingenuità, mescolando scenografie pop con visioni lisergiche accompagnate da canzoni dei Velvet Underground e brani di Bach e Mozart che sottolineano mirabilmente l’eroica psichedelia sullo schermo.

Rob Zombie mescola insieme inferno e paradiso, trasformando in un incubo ambientazioni ecclesiastiche ed enfatizzando elementi horror attraverso scenari di gloriosa beatitudine. Mai come ora il cinema anni settanta appare così evidente nel lavoro del cineasta metallaro, il quale, partendo da una grana sporca che introduce la pellicola, ci documenta un sabba dai contorni apocalittici arricchito da suggestioni quasi shakespeariane, fino a recuperare, uso consueto nelle sue opere ma mai così smodato, di vecchie glorie dei B-Movie americani del secolo scorso. Partendo dall’ormai aficionado Ken Forree (Zombi) fino a tre monumenti al femminile come Dee Wallace (protagonista di cult come L’ululato e Cujo), Patricia Quinn (chi non la ricorda nel ruolo di Magenta in The Rocky Horror Picture Show?) e Judy Geeson (Inseminoid) oltre all’incommensurabile Meg Foster (Essi Vivono) nel ruolo della strega Margaret Morgan.

Tutto il film è un continuo rimando al passato, tra intere pareti tappezzate dalla ormai celebre sequenza del razzo sulla luna di Le voyage dans la lune di Méliès fino ai visionari omaggi lisergici al maestro Jodorowsky che passano attraverso orrori senza volto usciti dalla mente malsana di Lucio Fulci. In “Lords of Salem” sacro e profano perdono il loro significato comune, le icone della Fede Cristiana diventano simboli del male e della perversione mentre il diavolo caprino si trasforma in feto primordiale che ramifica tentacoli all’interno di un Salone imperiale.

Un’opera difficile che dividerà molto probabilmente il pubblico tra entusiasti e detrattori.

Se da una parte infatti si può leggere come un ode alla moglie Sheri Moon, protagonista assoluta dell’opera, dall’altra si interpreta come la volontà di realizzare arte pura attraverso la cura metodica dell’inquadratura, dell’allestimento scenografico e la cinefilia più estrema, ma anche attraverso una suggestione del male che diventa (del resto la parola stessa contiene il male) “malinconia” e il viaggio della protagonista, la deejay radiofonica Heidi Laroc, colpita sulla via di Damasco dal fulmine del diavolo sottoforma di vinili satanici ed apparizioni stregonesche in stile The Ring (che purtroppo segnano un punto negativo nel giudizio complessivo) diventa una discesa negli inferi degna di “Christiane F.” dove, non a caso, Rob Zombie ci piazza richiami continui alla presunta ex tossicodipendenza della Dee-jay.

Certo non è facile accettare, dal punto di vista dello spettatore, di immedesimarsi in una rockettara ultratrentenne (ma sempre bellissima) pluritatuata con i dreadlocks e, in un certo senso, questo settorizza in maniera netta il film. Difficile però dare un giudizio sia in positivo che in negativo, di quest’opera, a fine visione si rimane basiti, quasi drogati dal trip visivo a cui si è sottoposti e la mente macina, elabora e restituisce sotto forma di pensiero non del tutto compiuto.

Datemi tempo, forse fra dieci anni vi farò sapere se possiamo considerarlo un capolavoro o un tentativo tardo pop non riuscito.

 

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