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Melancholia

Rating: 5.00/5 (1 Vote)
Melancholia 5.00 of 5 1 Vote.
Rispetto alle sconvolgenti immagini che accompagnavano Antichrist", la penultima fatica di Lars Von Trier, stavolta siamo decisamente su di un altro pianeta! Concedetemi questo innocente giochino di parole, me lo merito dopo aver vissuto i 136 minuti apocalittici di Melancholia ed esserne uscito ancora tutto d'un pezzo. Non che la pellicola sia brutta, tuttaltro, siamo di fronte all'ennesimo capolavoro che il regista danese regala alla settima arte, tuttavia i temi trattati (depressione e fine del mondo) credo proprio che possano mettere alla prova anche l'ottimista più scafato.L'incipit ricorda molto il film precedente, con una serie di ralenti orchestrati sul preludio del "Tristano e Isotta" di Wagner che paradossalmente accompagnano le allucinanti visioni finali del film. La pellicola viene poi divisa in due parti nominate come le due sorelle protagoniste, Justine e Claire, il cui difficile rapporto accompagnerà lo spettatore fino alla travolgente conclusione. Tutto inizia con il matrimonio di Justine, contrassegnato dalla difficile convivenza della donna con la madre (una magnetica Charlotte Rampling) dispotica e insofferente alle regole della moderna civiltà, il padre (John Hurt) gaudente e sbarazzino, il cognato ricco (Kiefer Sutherland) e naturalmente la sorella (una magnifica Charlotte Gainsbourg) sempre attenta e razionale. Da parte sua Justine soffre di crisi depressive che le impediscono di esssere come tutti gli altri, proprio questa cerimonia risulterà un tentativo (fallimentare) di vivere una vita normale. Come poi vedremo, nella seconda parte del film, l'imminenza della catastrofe darà modo a Justine di prepararla al passo decisivo, cosa che invece Claire, protetta fino all'ultimo dalle menzogne a fin di bene del marito, farà molta fatica a sopportare.Von Trier si addentra nel romanticismo di matrice teutonica aggiungendo di suo un pessimismo cosmico di un certo spessore. Le teorie esposte per cui siamo assolutamente soli nell'universo e quindi "finiti noi, finito tutto" vanno a braccetto con l'espressione cinematografica della depressa all'ultimo stadio, magistralmente interpretata da Kirsten Dunst, scelta all'ultimo dopo la defezione di Penelope Cruz e giustamente premiata come miglior attrice a Cannes. Di contro, Von Trier non rinuncia a realizzare il tutto con la camera a mano, inserendo un'inattesa "artigianalità" che non svilisce il film ma lo eleva a rappresentazione nuda e cruda della realtà, lontana anni luce dalla plasticosità artificiosa del cinema moderno; qui gli attori non lesinano a rivelarci nei dettagli le loro impurità fisiche, esaltate in continui primi piani, il tutto in contrasto con la bellezza della location (un lussuosissimo castello svedese) e lo sfarzo scenografico. La rappresentazione apocalittica di Melancholia risulta straordinaria sotto tutti gli aspetti e, se da un lato la lunghezza del film risulta ben diluita nei due tempi cinematografici, la pesantezza delle tematiche colpisce duramente lo spettatore, non più allo stomaco con visioni sanguinolente o distruttive come in Antichrist ma con metodiche sferzate di sadismo psicologico che solo un depresso cronico come Von Trier riesce perfettamente a scagliare.Superata però la soglia del dolore, Melancholia si dimostra un titolo difficilmente dimenticabile e riesce ad istillare nella mente pura angoscia del nulla, in barba a qualsiasi tentativo passato di prepararci ad una (imminente?) apocalisse."

 

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