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Dogtooth

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Dogtooth 4.00 of 5 1 Vote.
Dogtooth è un film malato, subdolamente malato. Quello che il regista greco porta sullo schermo è la sua personale e sentita rappresentazione della famiglia. Famiglia come microcosmo, chiuso e conchiuso in sè, nucleo indipendente che nella sua subdola meccanica cela, ma nemmeno troppo per chiunque sia abituato a pensare e a valutare tutte le cose in modo non superficiale, un mostro deforme, figlio e padre di se stesso, generato dal suo proprio io.La vicenda è semplice, molto grottesca ma immediata: in una casa vivono una madre, un padre e tre figli (due femmine e un maschio). L'unico ad uscire di casa è il padre (ma lo fa solo per lavorare e per poter dare da vivere alla sua famiglia), gli altri restano segregati tra le loro quattro mura, nel loro inquietante giardino. Il padre ha raccontato loro che potranno abbandonare la casa solo quando cadranno loro i canini (da qui il titolo), cioè mai.Lanthimos ci mostra chiaramente come il singolo non abbia nessuna possibilità di esprimere se stesso (tutti i personaggi, infatti, non hanno un nome, sono solo componenti di una famiglia) all'interno di un cerchio asfissiante quale quello di un nucleo familiare amorevole", il singolo si annulla, egli esiste solo in quanto figlio maggiore, padre, madre. E' lo stesso nucleo familiare nella sua logica sordida a vietare alle persone di configurarsi come tali.L'educazione dei figli, ormai non più bambini ma ragazzi abbastanza adulti, è affidata alle registrazioni che il capofamiglia dà loro. A questo riguardo è emblematico notare come la manipolazione della parola e del linguaggio possa indurre qualsiasi mente a credere reali e vere cose che non lo sono, il linguaggio come arma per inculcare idee e, soprattutto, ordini. E poi, non è mai stato fatto un uso tanto esilarante della parola tastiera!I figli sono continuamente in competizione tra loro in gare organizzate dal padre, proprio ad indicare come sia orribile la predisposizione di una buona parte dei genitori nel cercare sempre il meglio, economicamente parlando, per i loro figli e nell'essere fieri di loro quando accumulano denaro o onore (in questo caso rappresentati dagli adesivi che il padre dà in premio ai ragazzi). L'educazione dei figli è quella che, solitamente, viene impartita ai cani, ci sono delle fasi prestabilite, che non ammettono cambiamenti, ancora una volta a manifestare la negazione totale dell'individualità del singolo e del suo proprio io, proprio come se si stesse avendo a che fare con dei cani da guardia, cani da guardia istruiti per difendere e onorare la propria famiglia. Per potersi affermare come gruppo, il sistema famiglia non si fa scrupoli nell'instillare paura (ne è un esempio la finta morte del fratello evaso immaginario) e odio fra i singoli. L'elemento esterno, in questo caso rappresentato da una donna che il padre porta a casa per far liberare dagli ormoni in eccesso il figlio, è il fattore destabilizzante, il fattore attraverso il quale il singolo può prendere coscienza di se stesso e addirittura darsi un nome e crearsi una sua personale identità. E' emblematico come una cassetta di un film, simbolo dell'Arte in generale, sia l'elemento che scatena la voglia di ribellione e di fuga, la voglia di trovare un proprio, personale posto nel mondo.E' angosciante e spaventoso vedere come le scene di "idilliaco amore familiare" si alternino con una spontaneità assoluta e sorprendente a delle crude e malate manifestazioni di malessere.In questo così putrido quadretto nessuno è veramente colpevole, non c'è un vero e proprio carnefice: sembrerebbe essere la figura del padre (vista la patriarcalità della famiglia in questione) quella più negativa e disturbante, in verità egli è, proprio come tutti gli altri componenti, vittima di se stesso ma, più di tutto, vittima del sistema famiglia. E' un uomo che crede fortemente nelle sue idee e quello che prova per i figli è convinto che sia amore puro e incontrastato ed è sicuro di fare il meglio affinchè tutti possano condurre una vita degna di tale nome.Il film è anche interpretabile secondo un'ottica politica, la famiglia come regime totalitario, ma, personalmente, non amo molto dilungarmi in queste osservazioni.Per quanto riguarda il lato tecnico, il film è ben fatto, una regia minimale, perfetta direi. I lunghi silenzi sono angosciosamente calibrati all'interno della storia. Gli attori fanno tutti una buona prova e la scelta di non inserire una vera e propria colonna sonora è azzeccatissima. Il ritmo, anche se questa è una pellicola che, dichiaratamente, "vuole essere lenta", è sempre sostenuto (non ci si annoia mai) e non avrebbe guastato anche una mezz'oretta in più. I riferimenti a Lars Von Trier, maestro indiscusso e inarrivabile, di questo (ma anche di altri) modo di fare cinema sono palesi ma Lanthimos ha una sua personale originalità molto gradevole.Quindi, un film da annoverare tra le mie personali scoperte di quest'anno, un regista di cui mi procurerò anche la restante filmografia (purtroppo ha girato, oltre Dogtooth, solo un altro film, Kinetta).Una pellicola che rivedrò di nuovo, al più presto!"

 

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