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The Blair Witch Project

Rating: 4.00/5 (1 Vote)
The Blair Witch Project 4.00 of 5 1 Vote.
A volte per conoscere la vera valenza di un film siamo costretti ad attendere qualche anno. Scrivo questa recensione a dieci anni di distanza dall'uscita di The Blair Witch Project e se già allora il film mi aveva a dir poco stupefatto, ora più che mai sono convito del mio giudizio. The Blair Witch Project si può riassumere in una sola parola: Geniale.
I due registi Daniel Myrick e Eduardo Sanchez sono riusciti a creare attorno a questo film un'atmosfera irreale ed inquietante che, per mere questioni di periodi di distribuzione, in Italia non abbiamo potuto adeguatamente cogliere. La storia la conosciamo tutti: tre giovani studenti decidono di girare un documentario sulla leggenda della Strega di Blair ma non faranno più ritorno a casa. Quello che forse non tutti sanno è della geniale operazione di marketing che ha anticipato l'uscita nelle sale statiunitensi di questo film: in giro per le città, sui manifesti, in internet, sui cartoni del latte comparvero le foto dei tre ragazzi scomparsi con la scritta MISSING", il tutto ovviamente spacciato come "vero". Fu così che in molti (ma non tutti, grazie al cielo) si sono riversati nelle sale credendo che il filmato fosse realmente quello realizzato dai tre studenti e poi ritrovato nel bosco di Blair.In Italia il film venne annunciato e pubblicizzato a dovere ma, essendo uscito mesi dopo degli USA, si sapeva già che si trattava di una semplice ma geniale operazione pubblicitaria.
Addentrandoci nel film vero e proprio non si può negare che la semplicità di una ripresa amatoriale abbia avuto un impatto determinante perché la paura qui buca davvero lo schermo. Non ci sono scene gore (purtroppo per gli splattermaniac), non ci sono effetti sonori che fanno saltare in piedi, non ci sono esseri mostruosi abilmente camuffati, c'è solo la paura, la terribile sensazione di essere osservati da lontano, pedinati nella notte da qualcosa che non si vede ma che si sente tremendamente, una presenza invisibile alla spalle che ci soffoca. Sono le nostre paure infantili che emergono dallo schermo, come le storie di paura che ci raccontavamo da piccoli su streghe e orchi mangiabambini prima di andare a dormire, ed il terrore che sale nel buio della notte per quei rumori che giungono da chissà dove.Attenti e presi dall'evolvere della vicenda purtroppo è facile perdersi alcuni pezzi della storia della Strega di Blair e di Rustin Parr, fondamentali per comprendere appieno gli ultimi disperati minuti del film che portano all'agghiacciante sequenza finale.
La storia può lasciare l'amaro in bocca per troppi interrogativi lasciati aperti e che non danno una risposta, volutamente, ma è anche questa la forza di Blair Witch Project, perché il buio che ci spaventa non è dato dalle tenebre ma da ciò che noi immaginiamo vi sia dentro.Per chi ha amato il film troverà soddisfatti diversi interrogativi nel videogame, abilmente costruito e narrato, e nel Diario di Heather pubblicati l'anno successivo. L'industria del cinema non si è fermata al primo capitolo, ovviamente, e senza l'apporto dei due registi ha messo in scena un sequel (Blair Witch Project 2: Il Libro Segreto Delle Streghe) dove tutto quello che non era presente nel primo film (sangue, sesso, effetti visivi e sonori) viene propinato a quella fetta di pubblico che non lo aveva apprezzato. Si parlò poi di un terzo capitolo che doveva incentrarsi sulla storia di Rustin Parr, il taglialegna ammazzabambini che abitava nel bosco di Blair, ma poi non se ne fece nulla.A distanza di dieci anni però non si può negare che The Blair Witch Project abbia cambiato il modo di fare un certo tipo di cinema, non si contano più i film (professionisti e non) che hanno utilizzato la "videocamera amatoriale" per offrire quella sensazione di paura ed orrore agli spettatori che non sempre la classica regia riesce a dare. Solo per fare qualche nome: Rec (Plaza, Balagueró, 2007), Le Cronache dei Morti Viventi (Romero, 2008), Cloverfield (Reeves, 2009), il recentissimo ed inquietante Paranormal Activity (Oren Peli), ma anche il nostrano cortometraggio L'Albero di San Martino (Cortonesi, Gambini e Stocchi, 2000).
Curiosità: Gli amanti degli horror italiani avranno di certo individuato delle analogie con il famoso Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato, lo stesso regista ai tempi (1980) aveva tentato una simile strategia di pubblicità chiedendo agli attori di non farsi vedere in giro fino all'uscita dei film nelle sale, spacciando anch'egli per vera la storia dei reporter inviati nella foresta amazzonica da cui non fecero più ritorno. Sembra però che a Deodato non sia andata così bene come ai due registi americani, infatti le voci sulla scomparsa degli attori/reporter circolarono così bene che il regista si trovò una mattina i carabinieri in casa per dei chiarimenti."

 

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