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Blood Feast 2: All U Can Eat

Rating: 3.00/5 (1 Vote)
Blood Feast 2: All U Can Eat 3.00 of 5 1 Vote.
A quasi quarant’anni di distanza dal primo leggendario capitolo, che segnò l’inizio della cinematografia splatter, Herschell Gordon Lewis rinnova l’antico sodalizio con David Friedman per offrire le leccornie del “Fuad Ramses exotic catering” agli appassionati classe terzo millennio. Ad ereditare il mestiere di cuoco e psicopatico omicida è Fuad Ramses III, già dal nome garanzia di continuità, che riapre il vecchio ristorante del nonno rispolverando anche il tempietto della terribile dea egizia Ishtar celato in dispensa. Succube dell’influenza della divinità, Fuad trasforma i preparativi per il rinfresco per il matrimonio di Tiffani e del detective Mike in ghiotte occasioni per rinverdire le antiche abitudini di famiglia.

Sequel autocelebrativo di glorie passate, Blood Feast 2 calca la mano sulla gratuità splatter e sull’umorismo più demenziale, condendo il piatto di portata, rigorosamente al sangue, con una stuzzicante sfilata di ragazze seminude, candidamente inclini all’amore saffico, vittime sacrificali della violenza del pazzoide quanto della confidenza degli autori con l’exploitation. Una messe di truculente scene gore, girate tra frattaglie e silicone senza ausili digitali, in cui il corpo della donna è spesso al centro della scena, spogliato, straziato e poi pappato, è intervallata o accompagnata da gags deficienti e da rivoltanti istantanee sull’insano rapporto dell’americano medio con il cibo, vero lato pornografico della pellicola, sotto il vessillo strafottente del "punk is not dead", ancora oggi portatore di una propria dissacrante e credibile vitalità.

Non a caso John Waters è nel cast, prestatosi come attore per un cameo passibile di scomunica a fine film, nei panni di un prete zozzone dagli irrefrenabili appetiti omosessuali e implacabile coercitore di fanciulli. Proprio come il punk, Blood Feast 2 fa dei suoi lati deboli dei punti di forza, con stilizzazione e approssimazione che diventano veicoli di leggerezza, manifesto di un’operazione semplice, divertente, disimpegnata, generosamente bilanciata ad uso e consumo degli appassionati di macellerie di tal fattura, ma assolutamente indicata anche per chiunque voglia solo farsi due risate con gli amici. Meno sgangherato (ma non troppo) rispetto al capolavoro di quarant’anni prima che, nonostante il riscontro popolare, aveva fatto considerare H.G. Lewis come uno dei peggiori registi di sempre, in questo sequel-tributo rimane l’anima di quei tempi, la stessa identica impressione di anarchica e folle libertà.

 

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