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Reincarnation

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Reincarnation 3.00 of 5 1 Vote.
Diciamolo chiaramente, Shimizu Takashi ci aveva un pò indispettito quando, cedendo alle lusinghe di denaro e successo, aveva accettato di girare per N" volte praticamente sempre lo stesso film. Con l'uscita di The Grudge 2 come produzione americana oramai sono innumerevoli le volte in cui il regista nipponico ha riproposto il modello di Ju-On, nato per il piccolo schermo giapponese, tanto minimale quanto efficace e vincente come idea e che gli ha fatto guadagnare l'interesse (e gli interessi) di Hollywood parimenti al collega Nakata Hideo. Anche volendo trovare come scusante la volontà di preservare il progetto contro le solite speculazioni delle major, non si può negare che la carriera di Shimizu rischiava di prendere la piega della paralisi artistica ed atrofizzarsi. Così non è stato. Sapientemente il regista è riuscito ad infilare tra un Rancore ed un altro due ottime opere assolutamente avulse dai progetti precedenti.

Il primo è il bel Marebito, protagonista il folle ghoul Tsukamoto Shin'ya, storia digitale ispiratissima di una ossessione possessiva assolutista; l'altro è questo Rinne/Reincarnation. Parte del progetto J-Horror Theatre (J Hora Shiata) che porta in giro per il mondo opere inedite dei migliori autori horror giapponesi quali Kurosawa Kijoshi o Tsuruta Norio con esiti altalenanti, Reincarnation (il titolo cerca di andare in linea con i titoli occidentali degli altri episodi) propone il paradossale omaggio di uno dei principali fautori della New Wave of Asian Horror verso il cinema del terrore occidentale. Se Toshio e Kayako (gli spiriti in pena di Ju-on) in due sono bastati per terrorizzare mezzo mondo, Shimizu deve aver pensato che undici fantasmi avrebbero conquistato l'universo. Infatti Rinne racconta la produzione di un film horror (Memories) ispirato a veri eventi occorsi in un albergo dove un gruppo di undici persone vennero brutalmente uccise dalla follia omicidia di un uomo, il quale riprese le sue gesta sanguinose. Il regista riesce ad avere il permesso di girare nel vero albergo del massacro, ma tra gli attori reclutati per interpretare le vittime ce n'è una profondamente ossessionata dalle teorie della reincarnazione e cosciente di essere stata nella sua vita precedente una persona uccisa, che comincia a vedere gli spiriti dei morti veri.Non è difficile riconoscere, già dalla trama, l'influenza principale omaggiata da Shimizu. The Shining di Stanley Kubrick è infatti il punto di riferimento su cui poggia completamente Reincarnation, a cui Shimizu dà la sua personale interpretazione. L'Overlook Hotel e i suoi labirintici corridoi rivivono in quelli dell'edificio di Reincarnation, attraversati dalla stessa steadycam come se penetrasse tra le pieghe spaziotemporali. E ancora la pallina che conduce verso i luoghi dei delitti, l'interpretazione della protagonista che nei momenti di puro terrore ricalca la recitazione di Shelley Duvall, l'inquientante immagine Arbusiana delle due gemelline qui riprodotta nella figura della "solita" bambina coi capelli sulla faccia e della sua orribile bambola affetta da strabismo exotropo bilaterale, ed una serie di piccoli indizi da Trivial Pursuit del capolavoro di Kubrick. Per esempio, per la serie "non tutti sanno che", la stanza degli orrori nel libro di King era la 217 mentre nel film fu scelta la numero 237 perchè i proprietari del vero albergo dove girarono Shining chiesero a Kubrick di usare una camera che non esistesse in modo da non incorrere nella superstizione dei clienti. Evidentemente per vezzo, Shimizu sceglie proprio il numero 237 per la stanza dove avviene l'omicidio più efferato di Rinne, per mediare tra le due fonti, quella letteraria e quella cinematografica.

In una foga di compiaciuto divertissement, Shimizu omaggia anche Argento e Romero, per rappresentare la summa del cinema horror che ha influenzato quelle produzioni orientali, a loro volta contaminazione prima dell'immaginario del nuovo incubo occidentale a chiudere un cerchio ideale. A tal proposito, Shimizu non si nega gli elementi classici del suo cinema fatto di smunte creature diafane che strisciano inquietanti verso le proprie vittime. Affascinante il caso per cui il classico rantolo che caratterizzava le anime perdute di Ju-on qui diventa, con inquietante assonanza, il rullo della pellicola che gira e riprende imperterrita l'inguardabile. Rinne è la riflessione personale di Shimizu sull'essenza stessa del cinema horror dalle sue origini e negli intenti più profondi in cui, apparentemente, il regista è l'assassino che cattura le sue prede (le immagini) e le imprigiona, schiave nei millenni, nell'imprescindibile presenza dell'occhio della camera che è l'unica, vera arma del delitto."

 

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