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La Città dei Mostri

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Diciannovesimo secolo. La cittadina di Arkham, nel New England, è sconvolta dalla scomparsa di giovani donne. Tutti gli indizi conducono al castello di Joseph Curwen (Vincent Price), accusato di pratiche occulte votate alla creazione di una nuova razza generata dall'accoppiamento tra esseri umani ed entità mostruose. Esasperata, la popolazione cattura lo stregone e lo conduce al rogo. Prima che le fiamme lambiscano il suo corpo, Curwen ha tuttavia il tempo di scagliare una maledizione. Ezra Weeden, Micah Smith, Benjamin West, Brian Willet, Gideon Leach: gli strali del suo anatema colpiscono tutti coloro che ne hanno decretato la condanna e i loro futuri discendenti.
Cento anni dopo giunge ad Arkham, accompagnato dalla moglie Ann (Debra Paget), un certo Charles Dexter Ward (interpretato nuovamente da Vincent Price), ultimo discendete diretto di Curwen, cui somiglia come una goccia d'acqua. L'arrivo di Ward, venuto a prendere possesso del castello del suo avo, viene vissuto come una minaccia dagli abitanti del luogo, che già hanno pagato in termini di tare genetiche i malefici scagliati contro di loro dall'antico stregone. Le cose si complicano ulteriormente quando Ward si scopre ammaliato dal ritratto del suo antenato, col quale si immedesima ogni giorno di più, al punto di arrivare a progettare il sacrificio della moglie a una divinità ancestrale imprigionata nei sotterranei del castello...Inserita comunemente nel ciclo delle otto pellicole che tra il 1960 al 1964 Corman trasse da Edgar Allan Poe, La Città dei Mostri trova in realtà maggiore ispirazione nell'opera di Howard Phillip Lovecraft. I debiti verso il solitario di Providence sono evidenti a partire dal nome del protagonista, quel Charles Dexter Ward del racconto omonimo del 1927, tra i picchi della sua monumentale produzione gotica. La sceneggiatura scritta da Charles Beaumont (autore degli script di alcuni episodi de Ai Confini della Realtà) tradisce inoltre spunti attinti da L'orrore dei Dunwich, per ciò che concerne l'allusione a riti sessuali tra 'l'antica razza' e donne umane. Nel corso del film viene poi fatto esplicito riferimento al Necronomicon, il famigerato libro dei morti, cardine della letteratura lovecraftiana, e più in generale al solitario di Providence è ascrivibile quel senso di orrore cosmico che permea l'intera vicenda narrata da Corman. Echi di Poe sono invece rintracciabili, oltre che nella citazione posta a chiusura del film, nello sdoppiamento di personalità patito da Ward, riconducibile alla novella William Wilson.
La Città dei Mostri è tuttavia perfettamente iscrivibile nel ciclo delle trasposizioni che il regista di Detroit ha ricavato da Poe per tutta una serie di cifre stilistiche: i veloci movimenti di macchina, la raffinatezza della messa in scena, il senso di una maledizione che affonda le sue radici nel passato, la predilezione per gli interni gotici (la locanda, il castello, le segrete) e, vero e proprio marchio di fabbrica del filone, l'incendio finale che, con valore quasi catartico, divora l'intero set. Come già accaduto nei precedenti I Vivi e i Morti, Il Pozzo e il Pendolo, I Racconti del Terrore e I Maghi del Terrore e come accadrà nei successivi La Maschera della Morte Rossa e La Tomba di Ligia, decisiva per la riuscita del progetto è la grande performance di Vincent Price, in grado di conferire al suo personaggio tutte le ambiguità richieste a un uomo che sta vivendo uno sdoppiamento di personalità.
Nei panni di Simon Orne, il custode del castello, ritroviamo invece un anziano e irriconoscibile Lon Chaney jr., l'indimenticabile Larry Talbot de L'Uomo Lupo targato Universal
Il film si avvale della collaborazione, in qualità di supervisore ai dialoghi, di un giovane talento da poco entrato nella factory di Corman e destinato a un grande avvenire: Francis Ford Coppola. Probabilmente non il miglior gotico di Corman; il film soffre, nella sua parte centrale di un ritmo poco serrato, cui fanno fronte, tuttavia, alcune ottime trovate, prima tra tutte quelle dei deformi che girano nottetempo tra le strade del villaggio. Un piccolo classico da rivalutare.
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