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Il Custode

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Il Custode 2.00 of 5 1 Vote.
La Morte ti fa Hooper.
Per chi, come il sottoscritto, ha vissuto, sofferto, amato, studiato, esorcizzato dopo tanti anni dalla prima visione un film come Non aprite quella Porta (1974), ritrovare il suo regista nelle sale, è una gioia senza pari. E questo a prescindere dall'operazione con cui si sia rilanciato al cinema, dopo film privi di orgasmi cinefili come il remake de Gli invasori spaziali e la banale produzione televisiva di Crocodile.
Se fosse un romanzo o un racconto scritto a quattro mani da Philip K. Dick e James Ellroy (la sequenza della cena a base di alghe potrebbe stare in un suo libro), sarebbe stato più semplice recensire un film come Il Custode. Se ne potrebbe fare addirittura un riassunto logico.
La piatta famiglia Doyle si trasferisce in un apparentemente tranquillo paesino della California del sud, per ricominciare una nuova vita. Paradossalmente, ma poi neanche tanto trovandoci in pieno territorio horror, proprio per ricominciare a vivere la signora Doyle, una volta sul posto, rileva l'agenzia di pompe funebri Fowler's Brothers, abbandonata da tempo in un misto di palude e fango. Gli abitanti del luogo giurano sia infestata dai fantasmi. E se inizialmente la famigliola non dà credito alle leggende, presto scopre a sue spese che un'entità malvagia è in agguato nel sottosuolo.
La pellicola, specie nella seconda parte, la più pasticciata, si rivela molto gore, ricca di zombie e florida di una strana alga nera che ha il potere di risvegliare i morti e di possedere i vivi.
La mano di Tobe Hooper c'è ancora. Anche perché si è tenuto in allenamento: nell'arco di un anno, ha realizzato l'interessante e cattivissimo Toolbox Murders (remake dell'omonimo film diretto nel 1978 da Dennis Donnelly) e ha confermato la sua partecipazione al progetto collettivo Masters of Horror.
Quello che manca è, tanto per restare in tema culinario, l'amalgama.
Un'affermazione che è poi ritrattazione del 'non visto', dato che il corpo torna ad essere il luogo dell'orrore contemporaneo e il rosso/nero del sangue a colare l'immaginario della paura cinematografica.
Di Hooper si apprezza questo, più che il film in sé: l'horror che è gradualmente diventato una suggestione mnemonica, uno schema perfettamente conosciuto che di tanto in tanto si tira fuori per far finta di avere paura.
Ma la paura del cinema si nasconde altrove, è aggrappata alle radici dell'alga nera che si nutre della complessità psicologica e cede il posto all'eclatante spettacolarità delle fughe nei sotterranei.
E ciò che resta è l'illogico e l'inesplicabile, banditi da film che cercano invece la razionale quadratura del senso nella materia raccontata. La sensazione è che l'agonia del genere, prolungata per ragioni di business, possa offrire ancora un po' di polvere di stelle. O di cenere alla cenere. Bentornato Tobe!
"

 

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