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Death Tunnel: La Maledizione

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Death Tunnel: La Maledizione 2.00 of 5 1 Vote.
Il gran burattinaio, nascosto dietro schermi in bianco e nero, mescola le sue carte e le getta sul tavolo. Cinque piani, cinque ragazze, cinque ore ... Inizia il gioco! Campo d'azione il Waverly Hills Sanatorium.
Un passo indietro. Il Waverly Hills Sanatorium esiste realmente, a Louisville, Kentucky. Costruito intorno al 1910, deve la sua macabra fama alla Peste Bianca che colpì lo stato americano nel 1928, causando 63.000 vittime. Esperimenti ai limiti della decenza etica e morale furono compiuti al suo interno, e le svariate morti che vi si consumavano venivano celate agli occhi dei parenti dei ricoverati ed alla pubblica opinione, attraverso un tunnel lungo circa 150 metri, fatto costruire nelle sue viscere per collegare l'obitorio con la ferrovia. I morti venivano precedentemente appesi in una stanza dotata di canali di drenaggio, e poi squartati per evitare la diffusione della malattia. La loro corsa terminava poi in fondo al tunnel, il tunnel della morte.
Parallelamente morti violente da parte del personale medico dell'ospedale si verificavano al suo interno, da suicidi tramite impiccagione sino a lanci nel vuoto.
Il giovane regista Philip Adrian Booth è rimasto evidentemente molto colpito da questi fatti tanto da dedicare all'argomento prima un documentario (Spooked: The Ghosts of Waverly Hills Sanatorium - 2005) da cui trarre spunto per il suo debutto sul grande schermo, Death Tunnel.
Booth dimostra di manipolare la macchina cinema con estro ed inventiva. Immerge senza tanti preamboli lo spettatore nell'immediatezza dell'azione, con una sequenza ad alto tasso emoglobinico da farci leccare i baffi ed accendere le nostre più rosee aspettative. D'altra parte, non era un certo Orson Welles a sostenere che l'incipit di un film doveva essere emotivamente coinvolgente per lo spettatore, per immergerlo subito nell'azione strappandolo dall'inerzia ed asetticità dello schermo bianco della sala cinematografica? La domanda è ovviamente pleonastica.
Se l'idea del contagio, dell'infezione, della sofferenza e morte traspira dalle sudice pareti, stanze, corridori del Waverly Hills Sanatorium, Booth riesce a traslare questi elementi sulla celluloide di cui è composta la pellicola stessa, grazie ad una fotografia desautorata dei suoi toni più accesi, fatta eccezione per le tonalità di rosso, impercettibili movimenti di macchina che accompagnano come fossero la bacchetta di un direttore d'orchestra la traccia sonora fatta di violini, archi e rumori d'ambienti, l'uso di prospettive diagonali che tendono a deformare fortemente l'immagine, false soggettive che moltiplicano i punti di vista ed un tendenzioso montaggio finalizzato allo slittamento dei piani narrativi e temporali che finiscono per intrecciarsi inesorabilmente.
Il film risulta gradevole ed avvincente per almeno la metà della sua durata. Dopo iniziano i problemi. Il regista infatti pare interessato più all'aspetto estetico dell'opera che non alla sua coerenza narrativa, tanto che con l'inserto di alcuni passaggi assolutamente illogici - vedi ad esempio la scena in cui la ragazza bionda si sveste per farsi la doccia (assolutamente senza senso a parte il fatto di assistere alla visione di un gran bel paio di tette) - così che la celebre sceneggiatura di ferro, inizia a mostrare i primi segni di ruggine. Ruggine che corrode alla lunga l'intera seconda parte dell'opera che, al di là di dettagli ed indizi sempre più reiterati affinchè anche il più stolto degli spettatori possa capire l'identità finale di un mostruoso personaggio che si aggira per il Waverly Hills, scivola letteralmente sull'onda di litri e litri di sangue, viscere, liquidi amniotici e via discorrendo.
Un film che sebbene manifesti attinenze tematiche e narrative con recentissime pellicole quali Saw: L'Enigmista, Hostel, Non aprite quella porta remake, contiene in sè elementi di sicuro interesse per una piacevolissima serata all'insegna della paura e del terrore.
Il Waverly Hills Sanatorium: Una Storia Vera (a cura di Actarus)Il Waverly Hills Sanatorium a Louisville, Kentucky, rappresenta in assoluto uno dei luoghi più terrificanti conosciuti. L'edificio fu costruito ai primi del 1910 per cercare in qualche modo di debellare quella che al tempo era conosciuta come the white death", ovvero la tubercolosi, un male che diede origine ad un'epidemia senza precedenti. Il Waverly Hills, dotato allora di strumentazioni all'avanguardia, era davvero un centro troppo piccolo (appena 40 letti) per tenere testa a questa piaga, così nel 1924 con uno stanziamento di circa 11 milioni di dollari, l'intero stabile venne praticamente smantellato e rimesso a nuovo. Il 1926 segnò l'anno della sua ufficiale apertura al pubblico. Purtroppo nessuno conosceva ancora le reali cause della tubercolosi, quindi i rimedi per guarire da questo male furono i più bizzarri e disparati, a volte anche i più brutali e barbari.rnrnrnrnrnrn
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Si riteneva che si potesse guarire in base ad un tipo di alimentazione, oppure semplicemente respirando aria fresca; alcuni pazienti furono esposti addirittura a letali dosi di raggi ultravioletti, convinti che questo avrebbe ucciso i batteri della malattia. La teoria dell'aria fresca fu però la più accreditata, tanto che molti malati rimanevano con le finestre aperte sia d'estate che d'inverno, con le ovvie conseguenze al seguito. Ci furono anche degli esperimenti terrificanti, come quello per esempio che prevedeva l'impianto chirurgico nei polmoni di alcuni palloni che poi sarebbero stati gonfiati d'aria per permettere l'estensione dell'organo malato. Ovviamente tutte queste pratiche non servirono a nulla, così l'ospedale diventò praticamente per tutti questi poveri individui l'ultimo posto che riuscirono a vedere nella propria vita. width=. Fortunatamente ai primi degli anni 30 le cause della tubercolosi furono scoperte e questa malattia lentamente fu debellata. Nel 1961 il Waverly Hills Sanatorium fu definitivamente chiuso ma appena un anno dopo le sue porte vennero riaperte per diventare il Woodhaven Geriatrics Sanitarium. Le parole "morte" e "sofferenza" tornarono di prepotenza ad echeggiare nei corridoi dello stabile: iniziarono a diffondersi alcune voci che dicevano che nell'ospedale i pazienti venivano barbaramente percossi e ridotti a vivere nelle peggiori condizioni umane. Si sentirono spesso anche notizie relative a ripetuti abusi dello strumento dell'elettroshock, pratica usata talvolta per le terapie psichiatriche di una certa gravità e in casi assolutamente eccezionali.rnrnrnrnrnrn
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Ai primi degli anni 80 il Woodhaven Geriatrics Sanitarium esalò per l'ultima volta l'ultimo suo respiro. Da allora tutto è rimasto lì, abbandonato, totalmente in balia di vandali e curiosi in cerca di avventura fra quelle lugubri mura. Le notizie di avvistamenti di fantasmi ormai non si contano più ed ora questo luogo è diventato una vera e propria attrazione turistica. Quale occasione quindi per costruirci sopra un film horror? Sarebbe da folli non prendere al balzo questo mito della ghost story e metterlo su celluloide."

 

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