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Marebito

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Masuoka è un reporter freelance alla continua ricerca di materiale che possa dare una precisa connotazione al concetto di paura. Un giorno in una metropolitana, in modo del tutto accidentale, si ritroverà a filmare con la sua telecamera il suicidio di un uomo apparentemente terrorizzato da qualcosa di spaventoso, un mistero sul quale Masuoka vorrà vederci più chiaro. Comincerà quindi da parte del cameramen, una vera e propria indagine che lo condurrà nei sotterranei della metroplitana, imbattendosi in una leggenda urbana che narra di esseri mostruosi che terrorizzano le subway di Tokyo. Marebito, un altro tassello del personale universo della paura firmato da Takashi Shimizu. Girato in 8 giorni e montato in tempo record, il film, interamente girato in digitale con la dvdcam, è un'opera curiosa, mai banale nella sua rappresentazione e, per certi aspetti, davvero paurosa. Finora il nome di Takashi Shimizu è stato affiancato a quello della Saga di Ju-On: The Grudge, che il nostro ha sviluppato in più versioni sia per il cinema (con remake americano compreso, girato dopo Marebito) che in TV, una mossa che ha generato attorno al suo nome una forte polemica da parte di una certa critica e di una buona fetta di pubblico, stanco alla lunga di vedersi riproporre lo stesso gioco". Personalmente trovo Ju-On uno dei migliori horror giapponesi di sempre, capace di togliersi di dosso i facili rimandi a Ringu quando il film di Nakata creava cloni ed imitazioni pedestri. Ju-On è un film particolare, sicuramente un qualcosa di assolutamente originale nella cinematografia del terrore, in particolare per la sua struttura narrativa fatta di tanti piccoli tasselli ad incastro. E' una di quelle poche pellicole che spaventano e tanto, che ti lasciano l'idea di una paura quasi ancestrale, così sottile ed inconsulta da ricordare le fobie dei bambini per il fantomatico uomo nero.

In Ju-On niente accade seguendo la logica, nessuna bambina dai capelli lunghi si vuole vendicare; i fantasmi di Shimizu sono anime tormentate che hanno sofferto di una morte violenta e basta incontrarli per far parte di una maledizione senza fine, a catena. Ogni nuovo Ju-On ha rappresentato uno studio più approfondito di questa paura, quasi un trattato sul perchè esiste il terrore. E Marebito, proprio da questo punto di vista, ne è la "prosecutio", senza però riproporre gli stessi temi; un viaggio ai confini del terrore che affronta in qualche modo l'inquietante dilemma:"Cosa vedono i nostri occhi prima di morire?". Lo sguardo, la vista mutuata in maniera così estrema dal capolavoro di Michael Powell, Peeping Tom, è il vero protagonista di questa strana discesa verso l'inferno che è Marebito. Già la scelta di usare una telecamera non professionale tradisce gli intenti di Shimizu di raccontare il reale come reportage, ma nel contempo anche di ottenere l'effetto contrario, il digitale rende fittizio l'impianto narrativo, rende irreale quello che dovrebbe essere reale.
Il gioco metacinematografico poi si arricchisse della presenza di un "non attore", il regista di culto Shinya Tsukamoto, l'autore di quel delirio splatter punk apocalittico chiamato Tetsuo. Marebito inizia con uno sguardo terrorizzato e finisce nello stesso modo, ed è proprio quello sguardo il fulcro di tutta la vicenda.

Forse l'intera pellicola non è altro che un sogno, la visione ultraterrena di una vita che sta finendo, forse lo stesso protagonista vive di persona l'incubo della morte che ha sempre cercato. Ci vengono proposte infatti diverse chiavi di lettura, da quella di un delirio psicotico portato all'estrema follia, sino a quella di una vita oltre la morte, che non rispetta le nostre stesse regole di logica e ragione. Fra tutte forse è quest'ultima la chiave più affascinante, non avere nessuna ragione, perchè in fondo la paura è istinto primordiale. E quindi diventa quasi un delirio surreale la scoperta di una ragazza vampiro ad Agarthi, la certezza che al centro della terra ci siano imponenti città dove demoni sanguinari si nutrono di sofferenza. E ancora l'impatto col reale diventa un modo sublime e quasi geniale di confondere la realtà, così come i racconti di Jorge Luis Borges.
Masuoka assiste ad un accecamento suicida di un uomo che, come Caronte, lo porterà all'inferno; si circonda di occhi meccanici; fa un lavoro che lo porta a spiare e ancora ad essere l'occhio del mondo, il reporter. Il suo mondo si regge sulla vista. E il suo mondo comincia a crollare per un black out.
Cosa sarà successo in quei minuti che non ho visto? Si chiede. E' l'occhio di Bunuel che viene trafitto, la visione si altera fino al finale poetico, tragico e nel contempo assurdo. Ora lui si spinge ad una forma di visione assoluta, non serve più la parola e quel bacio al sangue suggella il ritorno ciclico all'inizio. Lui si è spinto oltre la visione, lo schermo si muove, è disturbato, solo buio ed un eterno supplizio. Essere guardati all'infinito.
Questo è Marebito.
Un oceano all'apparenza calmo popolato da milioni di vite.
Un'opera forse irripetibile nel panorama del cinema mondiale e certamente la consapevolezza che Shimizu non è solo un regista di film dell'orrore, ma un poeta della paura."

 

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