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The Turin Horse

Rating: 4.00/5 (1 Vote)
The Turin Horse 4.00 of 5 1 Vote.
Le enigmatiche dichiarazioni rilasciate da Béla Tarr al 61u00b0 Berlin Filmfestspiele inducono a pensare che A Torinoi Lo sia il suo ultimo film nel senso letterale dell'espressione. Vedremo.
Dal punto di vista metaforico, invece, la pellicola è senza dubbio un nec plus ultra.
Non so se - come affermano alcuni - The Turin Horse chiuda idealmente una trilogia aperta con Sàtàntangò (1994) e Werckmeister harmòniàk (2000). Sta di fatto che l'ultima prova del regista ungherese costituisce un compendio di poetica così efficace da contenere idealmente tutto il cinema passato e futuro dell'auteur. Nelle due ore abbondanti di proiezione lo spettatore potrà infatti ammirare le principali caratteristiche dello stile barocco e insieme austero di Béla Tarr: lunghe inquadrature fisse, carrellate laterali lente e avvolgenti, pedinamento dei personaggi con steadycam o camera a spalla, dettagli e primissimi piani talmente nitidi da sembrare tridimensionali, minimalismo narrativo, commento poetico in voce over o tramite uno straziante tema musicale mandato in loop.Il nucleo tematico del film, poi, è il suo prediletto, un'ossessione su cui lavora dai tempi di Damnation (1988): mostrandoci una settimana nella vita di due outsider (una giovane donna e suo padre, un carrettiere il cui cavallo sta morendo), Tarr chiarisce definitivamente che cosa intende per Apocalisse.Essa non è l'Armageddon che in un futuro prossimo venturo arriverà preannunciato da sette sigilli e quattro cavalieri. Si tratta piuttosto del perenne stato di sofferenza gratuita che caratterizza l'esistenza umana al presente. Non è dunque la Fine del Tempo ad angosciare il cineasta, bensì l'idea di un Tempo senza Fine (termine/scopo): ventiquatto ore non passano mai e ogni alba è una maledizione quando si vivono giornate grigie, sempre uguali, in balìa delle leggi imperscrutabili del caso.
Se l'Inferno è ripetizione (Stephen King), il regista ungherese è finalmente riuscito a dare forma compiuta alla condizione infernale per eccellenza, quella di un tempo out of joint, ripegato su se stesso a garanzia dell'eternità del supplizio.Per i dannati del film non c'è alcuna speranza di redenzione: ignari di tutto come cavalli con i paraocchi, continueranno a trascinare il loro fardello verso il nulla, fino allo sfinimento.
Ma per coloro che - come Nietzsche - sapranno riconoscere nel cavallo stramazzato (Montale) il correlativo oggettivo di un'esistenza intollerabile, restano due possibilità di salvezza: una è la Follia, l'altra è l'Arte.Gran Premio della Giuria sacrosanto.Curiosità: Al posto di Un film di Béla Tarr nei titoli di testa si legge Un film di Gàbor Téni [produttore], Làszlò Krasznahorkai [sceneggiatore], Mihàly Vig [musiche], Fred Kelemen [fotografia], u00c0gnes Hranitzky [montaggio e co-regia] e Béla Tarr [regia], come a sottolineare l'affiatamento e il comune sforzo creativo di un team di artisti che, tranne un paio di acquisti recenti, lavorano insieme da sempre.ENGLISH TRANSLATIONDuring the 61st Berlin Filmfestspiele, Béla Tarr frequently stated that his latest movie A Torinoi Lo could be his last piece of work. We'll see.
In any case The Turin Horse sure looks like a final movie, a catalogue of Tarr's trademark storytelling devices virtually containing all the auteur's past and future oeuvres.
As a matter of fact, in the two-hours-and-a-half runtime the spectator will see a synthesis of the Hungarian director's baroque and nevertheless austere style: long static shots, very slow tracking shots, characters tailed by a steadycam or a shoulder-worn camera, details and close-ups so vivid that look three-dimensional, narrative minimalism, poetic comment in voice-over or through a heartbreaking string loop.Moreover, the movie's thematical core is the obsession that haunts Tarr's cinema since Damnation (1988): by showing us a week in the life of two outsiders (a young woman and her father, a charioteer whose horse is dying), the director once for all clarifies that Apocalypse is not the looming End of Days, but a state of neverending sorrow characterizing human life on Earth.
In fact, Tarr's temporal strategies are meant to portray the endlessness of Time (end is both conclusion and purpose, aim): 24 hours are eternal and every new day is a curse when you're hopelessly struggling against a blind Fate.
If Hell is repetition (Stephen King), the Hungarian filmmaker finally gave his personal Inferno a definitive audio-visual shape: trapped in a time out of joint, the movie's damned are bound to carry their burden forever, on a road that leads to nowhere.
However, for those who'll be able to recognize - as Nietzsche - that the exhausted horse (Montale) is the objective correlative of the unbearable Human Condition, there are still two ways to access Redemption: by descending into Madness or through Art.Trivia: Instead of the usual A film by Béla Tarr, the opening-title sequence reads A film by Gàbor Téni [producer], Làszlò Krasznahorkai [screenplay], Mihàly Vig [music], Fred Kelemen [cinematography], u00c0gnes Hranitzky [editor and co-director] and Béla Tarr [director] as to stress the collective effort of a creative team working together since the Eighties.

 

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