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The Theatre Bizarre

Rating: 3.00/5 (1 Vote)
The Theatre Bizarre 3.00 of 5 1 Vote.

Una ragazza osserva, al di fuori della propria finestra, un fatiscente teatro da cui si sente irrimediabilmente attratta: all'interno si sta svolgendo uno strano spettacolo, dove dei bizzarri manichini animati raccontano sei storie di Eros e Thanatos che catturano sempre di più la sua attenzione, fino a...

Ennesimo horror a episodi sfornato dal cinema indipendente, The Theatre Bizarre è un'ulteriore conferma del fatto che all'origine di questa ondata di antologie non c'è solamente il furore citazionista degli anni Ottanta che caratterizza i nostri tempi, ma anche dei pragmatici calcoli di opportunità economica. Prima di un giudizio qualitativo sui singoli segmenti, vale la pena notare la notevole diversità dei segmenti stessi, prodotti evidentemente in proprio da ogni singolo autore senza porsi alcun problema di coerenza estetica, contenutistica e persino tecnica, del prodotto finale.

Theatre Guignol di Jeremy Kasten è l'episodio che introduce e ingloba gli altri, e vede un notevole Udo Kier nei panni di mattatore meccanico, nonché nel ruolo irrinunciabile, per questo tipo di antologie, di narratore. L'atmosfera ambigua e il senso di sospensione che impregnano il teatro, la doppia natura delle figure che animano il palco, la bizzarria stessa della protagonista reinterpretano brillantemente il mito del Gran Guignol e rendono questo episodio il momento horror più riuscito di The Theatre Bizarre.

The Mother of Toads vede un redivivo Richard Stanley alla regia, ed è sicuramente l'episodio in cui si sente maggiormente il debito nei confronti degli horror anni Ottanta. Una coppia americana in vacanza nella provincia francese viene avvicinata da una zingara che sostiene di possedere una copia originale del Necronomicon e invita i due nella propria casa perché possano vederlo. Nonostante l'incipit lovercraftiano molto forzato, a dominare non sono atmosfere vicine al solitario di Providence, ma piuttosto un'estetica e un retrogusto erotico che ricordano molto i primi due film della serie Creepshow, di cui questo corto potrebbe benissimo essere un outtake. Un onesto omaggio ad una stagione, che piacerà più che altro ai nostalgici.

I Love you di Buddy Giovinazzo segna un primo brusco cambio di passo nell'antologia, e appare più che altro come un mero esercizio di stile su una sceneggiatura circolare che racconta la tragica fine di un amore segnato da cinismo, sottomissione e rabbia repressa. Pochi contenuti anche se ben articolati, questo corto è molto penalizzato dall'estraneità rispetto alle atmosfere viste fino ad ora.

Un amore tormentato che deflagra nella violenza e anche il tema di Wet Dreams di Tom Savini, sviluppato però in maniera completamente differente rispetto al predecessore. Savini vuole a tutti i costi shockare lo spettatore e risultare allo stesso tempo ricercato, ma finisce per inciampare in una trama confusa che scimmiotta Nolan e che fa proprio un po' troppo del cattivo gusto asiatico. Il segmento più debole del film.

The Accident di Douglas Buck è una poesia in forma di cortometraggio sul tema della morte, vista dagli occhi di una bambina che tenta di comprenderne il significato. Commovente e rarefatto, è indubbiamente il momento più alto dell'intero film, ma, ancora una volta, si rimane basiti da quanto esso appaia fuori contesto in una simile antologia.

Vision Stains segna il ritorno alla regia di Karim Hussein, nome abbastanza noto nel circuito indipendente all'inizio dello scorso decennio, soprattutto dopo il controverso esordio Subconscious Cruelty. Come c'era da aspettarsi, la storia scritta da Hussein ha un sottofondo decisamente malato, e racconta di una disturbata reporter che rivive la vita altrui iniettandosi direttamente nella pupilla il liquido oculare prelevato in punto di morte. A differenza di tutti gli altri episodi, le cui trame non brillano certo per complessità, Vision Stains risente dello scarso minutaggio, che non permette di sviluppare adeguatamente un'idea con grandi potenzialità. Rimane comunque uno dei cortometraggi più interessanti.

Conclude la rassegna Sweets di David Gregory, storia di amore e bulimia che vira decisamente verso il grottesco, non negandosi una pregevole ricerca estetica e momenti splatter molto ben realizzati. Come si può notare, la qualità media dei segmenti che compongono The Theatre Bizarre è tutt'altro che bassa, ma nel complesso il film non riesce a fare il salto di qualità a causa della mancanza di coerenza dell'insieme, che penalizza non poco il lavoro svolto dai singoli registi. A differenza di The Abcs of Death, in cui la chiave di volta di una eterogeneità estrema è stata trovata proprio accentuando il piglio enciclopedico del progetto, The Theatre Bizarre sembra non porsi questa problematica, e si presenta quasi spudoratamente come un mosaico a cui hanno lavorato mani diverse, ritrovatesi fianco a fianco più che altro per opportunità che per un progetto comune.

In tal senso un'occasione sprecata, soprattutto perché l'episodio-collante risulta veramente notevole nel recuperare un'idea, quella del teatro dell'orrore, mai sfruttata adeguatamente dal cinema di genere.

Comunque un buon prodotto, ricco di pregi e forte di non poche intuizioni.

 

 

 

 

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