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The Possession

Rating: 1.00/5 (1 Vote)
The Possession 1.00 of 5 1 Vote.

Cambiano le stagioni, passano le mode, trascorrono le decadi, ma il tema della possessione diabolica sullo schermo è - al pari di un pezzo dei Beatles – un evergreen.


Gli incassi stratosferici di The Possession avvalorano questa tesi, confermando che quando in giro c’è odore di zolfo, le sale si riempiono.
Che la pellicola sia un capolavoro (Rosemary’s Baby, L’Esorcista, The Omen), una notevole lezione di regia (Angel Heart), un veicolo per istrioni (L’avvocato del diavolo), un calco sbiadito dell’originale (La maledizione di Damien), una virata all’imperante moda del mockumentary (L’ultimo esorcismo, L’altra faccia del diavolo), una innocua sciocchezzuola (Devil) o una cagata pazzesca (Il rito) poco importa: il diavolo (il diaballo dell’etimologia greca, ovvero il divisore) continua ad essere la figura più ricercata, temuta e spaventevole dell’immaginario collettivo.
Stavolta a tormentare i sogni degli spettatori non c’è di mezzo Satana, Belzebù o Lucifero ma un dybbuk, ovvero uno spirito maligno della tradizione ebraica, da molti ritenuto lo spirito reincarnato di un defunto al quale è stato vietato l’ingresso nel mondo dei morti, lo Sheol. Va da se che le intenzioni del dybbuk non sono delle più pacifiche e chi ne verrà posseduto sarà costretto a passare un bruttissimo quarto d’ora.
Tratto dall’articolo “Jinx in box” del Los Angeles Times ed ispirato (sembra) ad una storia realmente accaduta, la pellicola di Bornedal ci racconta, senza colpi d’ala e senza ingegno, dei trenta giorni di passione che hanno sconvolto una famiglia disfunzionale della middle class stelle e strisce: una mamma che si è rifatta una vita, un papà che ha cambiato casa dopo il divorzio e due figlie adolescenti che incassano il colpo. La più giovane delle due, acquistata una scatola di legno in un mercatino dell’usato, comincia a dare segni di evidente disturbo: infilza la mano del padre con una forchetta, picchia i compagni di scuola, parla con la scatola, osserva la sua stanza riempirsi di falene, sente voci, vede cose e si contorce in atroci spasmi. Insomma sembra dare di matto, porella. Stai a vedere che avendo aperto la scatola ha risvegliato qualcosa che avrebbe dovuto restare intrappolato? Papà lo capisce prima degli altri e per salvare anima e corpo della piccoletta va a chiedere aiuto ad un rabbino per esorcizzarla, visto che medici e psichiatri non riescono a tirare un ragno fuori dal buco.
La trama vi ricorda forse qualcosa? Forse una decina di pellicole dal 1973 ad oggi? Elementare, Watson.
Diciamoci la verità: The Possession non è girato male, ha qualche scena ben congegnata (l’intro, la morte della maestra e la sequenza nell’obitorio), ma viene affossato da una sceneggiatura che non fa altro che riproporre stilemi conosciuti a mena dito, rivisitandoli in salsa yiddish. Il risultato è una vagonata di luoghi comuni, colpi di scena telefonati, bignami sul tema esorcistico. Non è un caso se la pellicola riesca ad emozionare più nella rappresentazione di un nucleo familiare eroso che sul versante del salto in poltrona, ottenuto solo sparando a mille i decibel e portando urla, strepiti e musiche allarmanti al punto di non ritorno e buttando il finale nella caciara più sfrenata.
Certo, la confezione è dignitosa e gli attori se la cavano (di certo sentiremo ancora parlare della piccola Natasha Calis), ma sotto il sole non c’è veramente niente di nuovo.
Bornedal, conosciuto (?) in Italia per Guardiano di notte e il remake fotocopia Nightwatch, ha imparato a pappardella la lezione, ma non ha approfondito il tema.
Dal canto suo Sam Raimi, produttore con la sua Ghost House Pictures, ha sbandierato ai quattro venti che il set è stato teatro di strani avvenimenti e inquietanti presenze.
Mamma mia che tocca fa pe campà!

 

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